Addio Coworking e ultimi giorni (parte 1)

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Museo DDR Berlino

Un paio di giorni dopo il party, la mia amica partì.

Quello segnava, per me, l’inizio della fine. Fine delle visite, fine delle compagnie, fine della spensieratezza, fine del lavoro, saluti, ultime cose da fare. Ecco, mi restavano le fatidiche “ultime cose da fare” che poi te le ricordi tutte alla fine, quando invece hai avuto 4 mesi per poterle fare e non le hai fatte.

Gli ultimi tre giorni di lavoro mi divisi fra la sede principale del lavoro e il Coworking. Potei godermi gli ultimi pranzi fantastici alla cucina orientale mentre guardavo fuori dalla vetrata la gente che passava, e non riuscivo a credere che di lì a poco tutto sarebbe finito.
Guardavo qualcosa nei centri commerciali per fare i regali di natale, guardavo la gente come si godeva i mercatini di Alexander Platz, mi chiedevo cosa pensassero i turisti, e cosa pensassero le persone che sono nate lì, e che lì ci passano da una vita. Non c’era atmosfera natalizia, pochi addobbi e solo in alcune zone, zero freddo e niente neve contrariamente ad ogni previsione che mi facevano da mesi.

L’ultimo giorno di lavoro lo passai alla sede centrale la mattina e al coworking il pomeriggio.
L’ultima metro presa a quell’ora di mattina, l’ultima vista al ponte, l’ultima foto. Sapevo che quel pomeriggio sarebbe stato l’ultimo in cui avrei visto i ragazzi al coworking, che avrei lavorato con loro, che avrei mangiato con loro.
Ho salutato i ragazzi e i colleghi della mattina senza infamia e senza lode: “ciao, io sto per andare, vi saluto e vi auguro buon natale”. Con le ragazze andavo d’accordo, ma in quella sede ci stavo talmente poco che loro avevano fatto gruppo, mentre io ero sempre l’esterna. Percepivo quel posto come ansiogeno comunque, e non vedevo l’ora di andarmene da lì e correre a godermi l’ultimo pomeriggio al coworking.

Feci io la spesa, mi adoperai in cucina ad aiutare a cucinare senza fiatare. Mi godetti il cagnolone con cui giocavo, il pranzo luculliano, le risate con gli italiani, le chiacchiere con tutti. Solo ad un paio di italiani avevo detto che quel mercoledì era il mio ultimo giorno. La zecca da dieci giorni prese a salutarmi con un calorosissimo “quando hai detto che parti?”. Cazzo me lo chiedi tutti i giorni da 10 giorni, non ti è ancora chiaro? La risposta è sempre la stessa, lunedì. L’assurdo fu lei che mi portò via il cane (che non è suo) mentre io ci stavo giocando. Lo prende per la collotta, me lo sfila dalle mani e se lo porta a giocare lontano da me. Mi hai tolto Mario, hai preso il mio posto in cucina, hai preso il mio posto al lavoro, ti sei voluta fare amici tutti gli italiani che erano amici miei e ora mi togli anche il cane! Fanculo sta psicopatica!

Ed il momento arrivò. Quello che sai che deciderai di andare, dovrai chiudere tutte le finestre del pc, spegnerai il pc, lo scollegherai, saluterai tutti, infilerai la giacca e andrai. Ma perderai un sacco di tempo nei vari passaggi, perché non vuoi andare veramente.

E così spensi.
In realtà non avevo molta gente da salutare perché sotto natale in molti tornavano a casa e in tanti erano già partiti. Salutai Luca, che si divertirà e farà sicuramente qualcosa. Dovetti salutare la zecca per forza, che era in cucina da sola. Guglielmo, il mio “capo” anche se ha 3 anni più di me, e sono certa che avrà un futuro brillante. Mi venne quasi da commuovermi salutando lui, non riuscivo neanche a parlare. Poi mi abbracciò Philip, che non mi aspettavo così “abbraccione”. E per ultimo mi riservai lui, approfittando che la zecca fosse in cucina. Non credo sapesse che fosse il mio ultimo giorno. Mi avvicinai a lui e lo distolsi dal pc e dalla musica nelle cuffiette: “io vado, ti volevo salutare, oggi era il mio ultimo giorno”. Non disse una parola ma gli notai gli occhi che brillavano. Si staccò le cuffiette, si alzò dalla sedia e mi abbracciò. E mi strinse. E lo strinsi. E volevo piangere ma non diedi segni di cedimenti. Restammo un po’ abbracciati, ed aveva un profumo bellissimo ma con quell’abbraccio finiva tutto. E mi sfiorò le labbra con le sue e mi abbracciò dall’altro lato. Io gli stampai un bacio e mi staccai senza guardarlo e senza dirgli niente e mi diressi verso le mie cose. Presi tutto e uscii. E quando ti chiudi quella porta dietro, sai che nulla tornerà più. E’ tutto appena finito. Mi infilai l’mp3 nelle orecchie e mi diressi senza mèta nel buio di Berlino, come può essere buia Berlino alle 6 di sera di un pomeriggio di dicembre. E le lacrime mi rigarono il volto, perché avevo appena perso tutto quello che avevo avuto nei quattro mesi precedenti.

Andai a fare un ultimo giro da Karstadt per acquisti. Volevo sentirmi una persona della città che fa cose da cittadino. Guardavo Sonnenallee e mi chiedevo come sarebbe andata avanti la vita di quelle persone. Che lavoro avessero, come avrebbero trascorso il Natale, le feste, il resto dell’anno e la vita a Berlino. Mi chiedevo se fossero tristi o felici, se avessero vissuto il muro o no, se erano stati separati da affetti e famiglia oppure no.

Ormai mi restavano tre giorni per vedere ciò che mi mancava di Berlino e che avevo procrastinato fino all’ultimo nell’eterna convinzione di “avere tempo” e poter fare tutto. Alla fine, invece, ovviamente si va nello stretto, il tempo vola, e poi non ce n’è più.

Andai a visitare il museo della DDR, descrittomi alternativamente come “una cagata” e “imperdibile”. Io sto nel mezzo. Non la trovo una cagata, ma non lo trovo superimperdibile. Sicuramente da vedere. Anche se l’argomento andrebbe approfondito privatamente. Molti dei prodotti che ci sono, mi ricordano la mia infanzia. La Trabi mi fa sempre sorridere quando la vedo. Gli accessori giornalieri non sono nulla di scioccante. Fedele, pare, la riproduzione della tipica casa DDR che si può vedere anche in film come Sonnenallee, Le Vite degli altri e film ispirati al caso. Interessanti sono anche le riproduzioni del tipico angolino da dove si ascoltavano le conversazioni intercettate, la cella per i prigionieri, l’angusta sala degli interrogatori, nonché gli uffici dei burocrati dove campeggiano le figure dei miti del comunismo.

Poi diedi inizio alle danze dei souveniers dato che non avevo ancora comprato quasi nulla, sempre nella convinzione che ci sarà sempre tempo. Vorrei che una regola rimanga impressa scolpita nelle vostre teste: non si può andare via da Berlino senza aver fatto almeno un acquisto kitschissimo, di cui andrete fierissimi al rientro in Italia e per tutta l’eternità, sfoggiandolo come oggetto meraviglioso. Che poi è vero, tutto ciò che è kitsch, a Berlino non è solo quello, ma si dona di un’aurea di stupendo. Tutto ciò che è pazzo, assume i contorni della normalità.

Quel tardo pomeriggio ebbi la brillante idea di invitare Mario a cena da me, per quella sera o per quella successiva, a cui non ottenni mai risposta.