Addio coworking e ultimi giorni (parte 2)

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Coworking Berlino

Venerdì 20, Sabato 21 dicembre.

Il venerdì mattina presi appuntamento per l’ultimo, tristissimo gesto che mette fine al rapporto d’amore con la città: l’Abmeldung, cioè la disiscrizione al comune. Non so di quali capacità sono dotate le persone come me, fatto sta che ho avuto l’ardire di fare tardissimo pur avendo appuntamento a mezzogiorno ed essermi svegliata tre ore prima.

Ad un certo punto, mi resi conto che in mezz’ora non ce l’avrei mai fatta ad arrivare al Rathaus di Mitte che sapevo dove fosse sulla cartina, ma era in una strada a me ignota.
Presi la metro al volo di corsa, compilai velocemente le carte nella U-bahn, e riuscii anche a studiare un’ottimizzazione del percorso, rispetto a quello da me prima escogitato. Mi fiondai fuori dalla U-bahn e mi misi a correre per raggiungere la mèta che non trovavo.
Neanche a dirlo, a Berlino quando hai strettissimo bisogno di informazioni o non c’è anima viva, o sono turisti. Nel mio caso non c’era anima viva e mi aggrappai con tutte le forze ad una scolaresca per farmi indicare il Rathaus e corsi ancora, in direzione sbagliata ovviamente.
Prima o poi riuscii ad ingarrare sto benedetto Comune. Era completamente diverso da quello dell’Anmeldung, mi pareva funzionasse tutto meglio ed il mio numero lampeggiava in rosso sul monitor (cioè ero una ritardataria).

Corsi allo sportello 9, come indicato sullo schermo e vidi che erano le 11:54. Il mio appuntamento era alle 11:48. Beh, in fondo 6 minuti di ritardo che sarà mai, mi è andata di lusso, non se ne accorgeranno neanche. Agli sportelli comunque non c’era anima di utente, quindi rallentai e mi ricomposi per sedermi davanti all’addetta in modo presentabile.

“Guten Tag” – “Guten Tag, cosa posso fare per lei?”
“Avrei appuntamento per l’abmeldung”.
“Quando AVEVA appuntamento?”
“Ehm alleeeeee 11 e 48”
Una tizia dello sportello accanto mi guarda ed incrociando le braccia in segno di sfida: “Appunto, alle 11:48. Ora sono le 11:48? Lei che cosa ha fatto tutto questo tempo?”
(ma sono sei minuti cazzo, e non c’è nessuno): “ho cercato il rathaus perché non sapevo dove fosse”.
“Certo. (Ride) e…mi dica: quanti appuntamenti ha preso?”
“Hmmmm uuuue”
“uuue?”
“Due”
“Perché due?”
“Perché il primo ho sbagliato e ho prenotato l’anmeldung invece dell’abmeldung (e visto che cacacazzo che siete mi avreste fatto due palle tante e magari mi avreste detto che non me la facevate, quindi ne ho prenotati due, e non ho disdetto il primo perché non mi è arrivato il codice di sprenotazione via sms!).
“Procediamo”
“(assafà)”
La procedura di abmeldung è più semplice e veloce. Devi solo dire quando te ne vai dalla Germania, ti registra, ti mette un timbro, firmi e saluti: “arrivederci”.
Me ne uscii dal Rathaus con la consapevolezza di non essere più ufficialmente Berlinerin. Ormai non mi legava più nulla alla città burocraticamente. Solo l’abbonamento ai mezzi ancora valido. Un altro mattoncino caduto. Brutta l’ultima settimana, ogni giorno togli un pezzo della tua vita che hai appena vissuto, ogni giorno ti togli qualcosa o qualcuno che sai che non torna più.
Mi trovavo sulla Karl Marx Allee, una zona ex est ad est di Alexander Platz, una roccaforte comunista con il famoso caffè Mosca. Non ho mai visto una strada più squallida di quella, a Berlino. Sembrava la periferia di Kiev.
Mi buttai nella festosità natalizia di AlexanderPlatz per una delle ultime volte e per fare gli acquisti di Natale, che mi mettevano un sacco di tristezza addosso.

Il sabato mattina era l’ultima mia possibilità di fare il percorso di Berlino Sotterranea. Io ho fatto questo percorso a Napoli e fu bellissimo, sicuramente a Berlino sarebbe stato all’altezza. Ovviamente fu interessantissimo e bellissimo. Si accede dalla fermata di Gesundbrunnen e tutto sembra rimasto intatto nel tempo.
Mi è dispiaciuto troppo di non fare il percorso del tunnel del muro, ma non era disponibile in italiano in quel periodo e ci avrei dovuto perdere troppo tempo per sentirlo in tedesco.

La totale strafottenza di Mario sul mio invito mi convinsero a mandarlo a fare in culo con un sermone fermo e pesante via messaggio in cui gli sottolineavo la mancanza di educazione, nonché di palle per non saper dire “no grazie”, nonché di coerenza dato che due notti prima mi aveva scritto che la cosa che voleva di più era che non ci saremmo mai dovuti perdere di vista. Mi scrisse una risposta banale e scontatissima da cane di pecora su quanto gli dispiacesse, quanto non avesse avuto spina dorsale in quel frangente e quanto io fossi stata sempre carinissima con lui.
Concludendo con una frase che ha fatto impazzire me e tutto il mio entourage italo-tedesco, nell’arrovellarci a trovare un senso che non ha neanche in tedesco quel verbo. Non gli ho mai chiesto cosa volesse dirmi, e non gli ho mai sottolineato l’errore. Amen.

Una delle mie ultime tappe da recuperare era il muro di Berlino.
L’avevo visto mille volte ma mai di giorno, e quindi dovevo sopperire a questa mancanza, ovviamente sempre in extremis all’ultimo.
Conclusi il mio ultimo percorso turistico con una passeggiata su Stralauer Allee, praticamente la strada che costeggia la Spree e sono arrivata quasi fino al Treptower Park. Riuscite ad immaginare un lungo-fiume enorme, in una città enorme, una metropoli europea, e che questo percorso di svariate centinaia di metri, probabilmente più di 1km lo facciate unicamente da soli? Senza incontrare mai anima viva? Beh, ecco la mia situazione.
Uno stradone gigante ed io completamente sola, senza una voce, senza un rumore, senza una persona. Con Berlino che diventava buia già alle 4 e la città che diventa spettrale, buia, cupa. Ebbi paura di quella solitudine e di quel buio. Mi sentii a disagio, mi sembrava il classico posto dove può uscire il maniaco da un momento all’altro, farti quello che vuole e buttarti nella Spree senza che nessuno veda e senta. Me ne fuggii da lì e tornai a Schlesisches Tor.

Provai ad andare al Museo della Tecnica Tedesco, un palazzo di vetri con scritte fluorescenti che si vede quando si prende la U1. Mi aveva affascinata dalla prima volta che l’avevo visto dalla metro ed ogni volta che ci passavo lo ammiravo. Ovviamente anche questo, lo lasciai per gli ultimissimi giorni. Andai alla fermata del Museo, lo cercai, anche qui una strada buissima e desolata, ci arrivai sotto e non entrai. Diedi uno sguardo da fuori e i modelli presentati non mi interessavano tanto. C’erano solo un paio di aerei e poco altro.
Dentro non c’era neanche nessuno, e così tornai mogia per la mia strada.

Acquistai le mie cioccolate, la mia cioccolata bianca che si spalma e la crema di aglio da portare in italia.
Tornai a casa con gli acquisti e i regali di natale e mi resi che conto che forse avevo esagerato e in valigia non ci sarebbe mai stata tutta quella roba, e come diavolo avrei fatto ora, e dove dovevo togliere roba e dove potevo lasciare le cose in esubero, e quanto sono furba. Ma vabè, ci avrei pensato l’ultimo giorno al momento della valigia.
All’ultimo momento ovviamente.