L’attentato a Berlino

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Era inizio dicembre 2016 e avevo lasciato la Germania in estate per un periodo a tempo indefinito, assieme ad alcune mie cose sparse in varie case da varie persone.

 

Uno dei motivi per cui ho lasciato la Germania era che temevo un attentato in città nei mesi a seguire. “Quando gliel’avranno fatto, tornerò”, pensavo.
Decido quindi di andare a riprendere le mie cose la settimana prima di Natale: 3 giorni ad Amburgo e 3 giorni a Berlino per chiudere definitivamente il capitolo Germania, dal 14 al 20 dicembre.
Mentre prenotavo pensavo “sì però avevo detto che non sarei tornata prima di un attentato. E l’attentato non gliel’hanno fatto ancora. Vabbè, ma devono per forza farlo quei 3 giorni?”…

Con la pagina di conferma dei voli ancora aperta, mi arriva una email di risposta di un’azienda di Salisburgo a cui avevo mandato il CV: “Il tuo CV ci ha impressionati, vorremmo conoscerti. Vieni o il 16 o il 20 dicembre”. Che tempismo perfetto! Per fortuna da Amburgo e verso Berlino c’è un volo diretto per Salisburgo, il che mi rese l’organizzazione fattibile. “Tanto non mi prenderanno mai e se mi chiamano non ci andrò mai a Salisburgo, ma magari me la giro il giorno del colloquio”.

Piccolo excursus.
Mia madre utilizzava un prodotto di profumeria che doveva ordinare su internet ogni volta, mentre io lo trovavo molto facilmente in Germania (Ad Amburgo nel centro commerciale in città, e a Berlino al KaDeWe – la strada dell’attentato) e glielo portavo ogni volta che tornavo a casa.
Quella volta le dico: “allora come al solito ti prendo quel prodotto?”
E lei mi dice “no”
Ed io: “perchè no? Te lo porto sempre, tanto andrò ai mercatini a Berlino ed il KaDeWe sta proprio lì, mi è comodo”
Lei, che ogni volta si premurava di ricordarmi di comprarglielo e portarglielo insiste: “no, non ci andare ai mercatini.”
Io: “ma perchè?”
Lei: “perchè devi fare mille cose tu, devi prendere la tua roba, non perdere tempo per me”
Io: “ma mi hai sempre detto di portartelo”
Lei: “no questa volta non lo voglio, non lo comprare e non ci andare”.

Vado ad Amburgo a riprendere le mie cose. La casa in cui avevo vissuto l’avevano completamente trasformata in un accampamento di studenti. Non c’era più il salotto, la mia stanza era stravolta, che sensazione assurda. Faccio i miei giri per i mercatini e un giro di reunion con il mio gruppo amburghese di ex colleghi, che poi sono diventati i miei amici lì. Gli racconto come mi va a Napoli, che sono contenta così, e che Amburgo resta sempre bellissima.

Il 15 prendo il volo per Salisburgo e arrivo di sera direttamente in hotel vicino all’azienda.
Il tempo di rilassarmi, guardarmi alcune cose per il colloquio del giorno seguente e scrivere all’azienda se l’incontro può cortesemente avvenire in tedesco standard e non in dialetto.
Mi ero già resa conto dai pochi contatti con i locali, infatti, che il dialetto era arabo.

Non so perchè ma una delle prime cose che notai era che le targhe austriache rispetto a quelle tedesche mi parevano strane. Il cielo era terso, una bellissima giornata di sole, freddo e odore di montagna, tutto verde intorno e non un fiocco di neve neanche sulle montagne. Ma insomma! Siamo in Austria a dicembre o cosa?
L’azienda mi sembrava fighissima, una specie di grande loft di montagna, tanti sorrisi e un pensiero: “ok, voglio lavorare qui”.
Come se non bastasse, il tipo del colloquio era bello da mettere in difficoltà.
Non feci un colloquio brillantissimo, anche perchè mi sembrava che lui fosse già convinto di prendermi e voleva convincere lui me a lavorare per loro.

All’uscita chiedo alla ragazza alla reception dove potrei andare per le 3-4 ore prima di prendere il volo per Berlino. Mi scrisse su un foglietto “Getreidegasse”, che a Salisburgo è la strada centrale della città vecchia con mercatini e negozi.
Quel foglietto, insieme al biglietto da visita del selezionatore e della ricevuta dell’hotel, li ho conservati per mesi.
Io ero stata a Salisburgo da bambina nel famoso viaggio del ’93 ma non ricordavo nulla.
Mi sembrava tutto molto caratteristico: l’atmosfera natalizia, la cittadina pittoresca, le persone vestite con le tute da sci in centro che osservavo mangiando una fetta di pane con raclette, pancetta ed erba cipollina. “Se non mi prendono, avrò almeno visitato la cittadina e sono contenta di averla (ri)vista”.
In serata ero già volata a Berlino dove, in un AirBnB condiviso, mi aspettava Andrea, un amico che doveva andare a Berlino per lavoro e decidemmo di prenotare insieme e andare insieme.

Tutto il dopo, fino all’attentato, sarà un susseguirsi di cose assurde.

Io avevo un incontro con dei personaggi italiani non ben precisati che avevo sentito al telefono in Italia e che cercavano una figura professionale come la mia. Non avevo molte informazioni perchè facevano molti misteri e non si erano qualificati se non con un “il progetto diciamo cheeeee… è nel sociale, a telefono non posso dirti di più e poi non vorrei che mi rubassero l’idea”.

Preferii incontrarli di giorno, in ambiente pubblico (Starbucks) e con il mio amico abbastanza nei paraggi.
Ancora durante l’incontro misteri, non andavano mai al punto, non volevano dirmi nè la grande idea nè di cosa si occupassero, finchè mi svelarono l’arcano: “si tratta di un sito di escort. Ti crea problemi? Hai delle convinzioni particolari, ecc.?”
“No, continua pure” dissi io, prefigurandomi già la scena quando l’avrei raccontata agli amici. Obiettai soltanto: “solo che mi avevate detto che era su un tema sociale, non capisco dove sia l’impegno sociale”. “No è che, vedi, noi abbiamo lavorato per anni con cooperative e associazioni per aiutare e recuperare le prostitute. Operiamo da anni nel sociale”……….

Tra le varie cose esilaranti mi raccontarono anche che dovevano mandare un politico della giunta della loro città dal sindaco di Berlino ed essersi accorti che tutti i politici della loro giunta avevano processi e condanne inenarrabili. “Il più pulito c’aveva la rogna, ne abbiamo scelto uno che era il meno peggio” mi raccontò. E pare che il prescelto sia stato mandato via a calci in culo dall’entourage del sindaco di Berlino che, al grido di “ma chi cazzo mi avete mandato” ha chiuso tutti i rapporti col suddetto imprenditore.
Io ora non posso sapere se sia successo davvero o no, ma certamente lo reputo verosimile.

La gelida giornata berlinese continua con Andrea ai mercatini di Natale della Kurfürstendamm diventati tristemente famosi il giorno dopo.
Mentre lasciavamo i mercatini per prendere la metro di Nollendorfplatz, Andrea mi dice: “Sai, volevo provare il… Glog? Glug? Glov? Mi aveva incuriosito” – “E cosa sarebbe?” – “Una bevanda natalizia che vendono qui ai mercatini” – “ahhh il Glühwein dici!” – “No, si chiama proprio Glog, glug, gl.. qualcosa” – “Ma sì, il Glühwein ti dico! Ho vissuto in Germania, so cosa dico io!” – “Ma no ti faccio vedere”. Oramai eravamo vicinissimi alla metro quindi optai per un “dai, domani torniamo ai mercatini e ti faccio vedere che si chiama Glühwein”.

19 dicembre 2016
Sembrava una giornata come mille altre, eppure oggi non saprei dire se avessi o meno una strana sensazione.

Ricordo solo che andammo a prendere una valigia che mi ero spedita dai giorni precedenti da Amburgo con le mie cose; che trovandoci a Neukölln dissi ad Andrea: “quando faranno un attentato a Berlino, sappi che l’attentatore lo prenderanno qui” (in realtà veniva dal quartiere di Moabit). E sempre sul tema gli dissi che quando lavoravo qui l’ultima volta ero talmente scioccata e sotto stress che dopo l’attentato di Parigi speravo ne facessero uno a Berlino così almeno non sarei dovuta andare a lavoro uno o due giorni. Mi vergogno anche di scriverlo e per averlo pensato all’epoca, ma lo stress ti porta davvero ai limiti.
E lui mi rispose: “e se lo fanno oggi?” – “E se lo fanno oggi mi è indifferente, tanto a lavoro non ci devo andare. Anzi, magari oggi che ci stiamo noi no”.

Era ormai tardo pomeriggio a casa, ed io non riuscivo ad aggiungere in nessun modo il bagaglio aggiuntivo alla mia prenotazione per l’indomani mattina che rientravamo in Italia.

Prova. Riprova. Riprova ancora. Cancella i cookies e riprova. Aspetta 10 minuti e riprova. Proviamo un attimo dalla tua prenotazione se a te lo fa fare. Sì a te lo fa fare, allora torno sul mio account. Accidenti! Perchè a me non lo fa fare?

Il tempo andava avanti, erano le 19 passate ed io dovevo andare ancora al KaDeWe presso i mercatini di Natale a comprare il famoso prodotto a mamma, prenotare la valigia in più e lasciare un’altra valigia extra ancora a qualcuno; “già che andiamo ai mercatini, ti faccio vedere che la bevanda si chiama Glühwein e poi ti devo ancora portare davanti casa di David Bowie”.

Tiro fuori dalla valigia il campioncino del prodotto da prendere a mamma per non dimenticarmi. Chiamo Chiara per sapere se posso lasciare la valigia extra da lei, ma non mi risponde al telefono.

Dico ad Andrea che basta, andiamo chè il KaDeWe sta per chiudere e poi facciamo un giro ai mercatini e la valigia la porterò in aeroporto domani, pagherò il sovrapprezzo e amen.

Il KaDeWe chiudeva alle 20. I mercatini dell’attentato sono di fronte. L’attentato è stato fatto alle 20:06. Noi avremmo fatto un giro ai mercatini subito dopo il KaDeWe.

Giacche addosso e pronti per andare a morire ai mercatini, dico ad Andrea: “aspetta, faccio un ultimo tentativo: se Niclas è libero la lascio da lui la valigia” – Niclas risponde subito: “sono a casa, puoi venire anche adesso a portarmi la valigia. Puoi lasciarla tutto il tempo che vuoi”.
Con le tempistiche non ce l’avrei fatta a comprare il prodotto a mia madre, mi sono sentita una figlia veramente pessima a non averglielo preso prima, ma poter lasciare la valigia extra mi toglieva un enorme peso.

Lasciamo la valigia e andiamo a cena tutti e tre in una perpendicolare della Ku’damm (Kurfürstendamm), dietro casa di Niclas.
Attendevamo i nostri Hamburger mentre Niclas mi dice: “oh, si è fatta risentire finalmente Julie! (la ragazza che gli piaceva) mi chiede come sto. Uhm, un altro mio amico mi chiede come sto. Adesso anche un altro mi chiede se è tutto ok. Ma perchè mi scrivono tutti ora?”.
Niclas fissa il cellulare, scrolla: “c’è stato un incidente sulla Ku’damm, ora. Un camion pare sia uscito di strada, ha sfondato dei chioschetti”.
Arrivano i nostri hamburger.
Nello stesso identico istante ci chiamano i nostri genitori, si vede che avevano appena dato la notizia in tv in Italia. Mia madre era fuori dalla grazia di Dio “Tornaaccasasubitoooooooo!!!!”. “Sì un attimo, stiamo mangiando, non abbiamo dettagli”.

La verità, cari amici, è che chi sta a casa davanti alla tv sa sempre cosa fare e qual è la cosa giusta da fare. Hanno dettagli continui, sanno se le metro sono aperte o le hanno chiuse. Sanno quali sono aperte e quali chiuse, sanno come si sta muovendo la popolazione, che disposizioni sta dando la polizia in tempo reale. Sanno se l’attentatore è vivo, morto, lo stanno cercando, lo hanno arrestato. “Sanno” dove si nasconde. Sanno quali zone della città sono presidiate dalla polizia che spara a vista ed in quali si circola liberamente.

Tu che sei in una cazzo di hamburgheria senza tv e senza internet, non sai un cazzo di niente invece.
Non hai alcuna delle notizie che hanno quelli che sono a casa.
Non sai sa puoi uscire dal locale in tranquillità, se c’è il coprifuoco, se ci sono i militari che sparano a vista, se ci sono disposizioni particolari, se le metro sono aperte, se i taxi funzionano. Non sai se sia meglio correre a casa subito o far passare un’oretta che la situazione potrebbe stabilizzarsi. Non sai se il tipo è stato arrestato, è in fuga, è fuori dal tuo ristorante, sta scappando, sta sparando… Ecco, tu che sei coinvolto, per strada e senza connessioni, non sai nulla di nulla.
Noi, finita in fretta la cena, siamo addirittura usciti a fare un giro perchè, tra il susseguirsi di news e fake news, avevamo saputo che l’attentatore era stato arrestato.

Siamo arrivati sulla Kudamm, lo spettacolo era surreale.
Pochissime persone per strada, un silenzio di tomba. La polizia aveva schierato le camionette e lanciato messaggi alla popolazione dai maxischermi che, di giorno, lanciano pubblicità quando la vita scorre normale.
Sapevo quale fosse il punto dello schianto, eppure, lo abbiamo superato senza vedere (o senza accorgerci) che ci fosse il camion. Forse avevano messo un telone davanti, ora non ricordo.
Ricordo solo che, arrivati in fondo alla strada a Nollendorfplatz mi sono girata verso la Kudamm enorme, vuota e silenziosa, me lo sono impresso nella memoria, ed in piedi e immobile mi sono commossa. Così finiva la mia ultima sera il sogno di Berlino. Così chiudevo quella che già era una chiusura andando a riprendermi le mie cose lasciate lì.
Ho sempre creduto ad un simbolismo molto forte che il mio ultimo giorno della città che ho sognato per anni, in cui non sono mai stata felice e non ho mai trovato una dimensione mia, finisca nel peggiore dei modi, nel peggiore dei giorni possibili.
Ad Andrea dissi: “Andre, noi stavamo venendo qui. Io dovevo prendere quel prodotto a mia madre. Se Niclas non mi avesse risposto al telefono ci saremmo trovati proprio qui, nel posto sbagliato al momento sbagliato”. Anche Andrea pianse, più di me.

Sembrava tutto passato, l’attentatore arrestato e allora lo portai ad Hauptstrasse 55, davanti casa di David Bowie. In metro era tutto un po’ più silenzioso, ma non posso dire di aver percepito una grande stranezza nella popolazione che, comunque, ha utilizzato la metro in modo normale e non mi è parsa sconvolta o affranta.
Al ritorno a casa, feci vedere ad Andrea il campioncino che avevo tirato fuori dalla valigia per ricordarmi.

L’assurdità fu che il mattino dopo, in aeroporto nessuno ad alcun controllo e ad alcun accesso mi controllò la carta di identità.

Quando arrivai a casa mia madre mi abbracciò in un modo molto particolare, come a dire “è finita, è tutto passato e sei tra le mie braccia”.
Solo quel pomeriggio vidi le prime immagini tv incollata ed ammutolita.
Per tre giorni non ho praticamente parlato.
Quando ho visto la foto del presunto attentatore mi si è gelato il sangue. Era identico al ragazzo che alcuni mesi prima, a febbraio, mi rapinò in metro a Berlino.
Riflettei quella sera, se fosse il caso di contattare la polizia berlinese facendo fede della denuncia che avevo fatto all’epoca o se, nel caso fosse stato solo un caso di grossa somiglianza, sarei potuta essere denunciata io di contro, per depistaggio.
Ci dormii sopra, ma l’indomani non sarebbe più importato. L’attentatore fu ucciso quella notte stessa, vicino Milano.

Un grosso fastidio l’ho provato verso gli eventi che richiamano molta folla, in particolare a Capodanno a Napoli la settimana dopo, con le camionette di militari, i blocchi di cemento anti-camion e troppa troppa folla.
Per alcuni mesi non sono riuscita a stare in zone troppo affollate, o con eventi di gran richiamo. Mi infastidiva.

L’anno prima, quando vivevo a Berlino, ero stata a fare shopping ai mercatini quello stesso giorno, il 19 dicembre sera.
Ho cercato tra le mie foto vecchie di Berlino e ne ho trovata un’altra, proprio a quei mercatini, datata ancora 19 dicembre ma del 2013, quando ci andai a vivere la prima volta.

E poi Fabrizia, la ragazza italiana morta nell’attentato.
Fabrizia laureata con esperienza all’estero e un lavoro a Berlino. Fabrizia potevo essere io. Fabrizia É me. É tutti noi con lo stesso percorso così uguale. La madre e il fratello che volano a Berlino la notte stessa, potevano essere mia madre e mio fratello.
Ci siamo andati vicino tanto così.
E certo che può accadere in qualsiasi luogo in qualsiasi momento, ma mi chiedo tutto questo girare non ci porti anche questo rischio enorme. Per un po’ non ho più girato, volevo solo stare a casa.

 

L’estate scorsa mi trovavo in Baviera e aprendo un menù ho visto che tra le bevande c’era il Glog. Andrea aveva ragione, esisteva davvero e non era il Glühwein.
Quando ho visto quella parola, ho collegato tutto in un attimo e il cuore mi ha fatto un balzo.

Mia madre, invece, quel prodotto che dovevo comprarle quella sera non l’ha mai più usato, non lo ha mai più comprato, non lo ha mai più voluto.
Io il campioncino continuo ad averlo nella stessa valigia, mi fa da monito, e mi ricorda che sono qui per caso, che tutto succede per caso e che tutto può finire per caso. Come la pallina da tennis del film Match Point.

A Niclas dico sempre che rispondendomi al telefono quella sera, probabilmente, mi ha salvato la vita.
Niclas lo conobbi pochissimi giorni prima di lasciare Berlino in estate. Venne a trovarmi Jonas, mio ex collega svedese ed una sera, per caso invitò questo suo amico svedese Niclas, e per caso ci siamo conosciuti.
La trama della mia salvezza fu tessuta quella sera di luglio in cui l’ho conosciuto.

Io a Berlino, da quel maledetto giorno, sono tornata una notte per uno scalo in aeroporto riprendendo la famosa valigia da Niclas, e mai più.
Ma ho in mente di tornarci e quando ci tornerò, andrò dritta su quel luogo.
Voglio posarci su il fiore più bello che possa comprare.