Di lavoro serate e colloqui

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torre alexanderplatz sera

La seconda parte della mia esperienza berlinese ha assunto maggior concretezza e quotidianità rispetto agli inizi. Non era più tutto nuovo, non era più tutto “all’inizio”, non era più tutto una sperimentazione e una scoperta continua.

Le serate erano l’unica cosa che mi faceva staccare un po’ dal Coworking, che per quanto divertente, iniziava a diventare un micromondo a sé stante, con le stesse dinamiche e le stesse persone, per certi versi perfino alienante. E così avevo voglia di uscire, uscire, vedere e divertirmi.

Passavo i weekend sempre con persone diverse, cercavo di fare cose e vedere locali sempre diversi.

Fra le persone diverse, una sera m’imbattei nel megagruppo di un mio ex collega che erano tutti lì col progetto Leonardo, alcuni li conoscevo già, altri no e all’alba del giorno dopo sarebbero tornati tutti in Italia. In tutta sincerità, quella sera che erano usciti tutti insieme formavano un gruppo molto male assortito. Un’accozzaglia di persone che si forza ad uscire insieme, che fondamentalmente non si sopporta, con età molto diverse, che si tirano frecciatine continue a viso aperto, e una marea di sparlate alle spalle appena l’interessato si gira. Tra l’altro tutti con esigenze diversissime: alcuni volevano andare per forza a ballare dato che era l’ultima sera, altri per forza no, altri volevano andare in un determinato locale solo a bere, altri ancora volevano solo andare a  dormire e criticavano qualsiasi scelta. Fra i vari elementi, c’era una “donna” di età avanzata di spiccato fastidio per tutti. A me non piacque dall’inizio, e cercavo di tenerla alla larga. Sfortuna volle, che si autoimpose a venire con me e altri due della comitiva nell’andare a ballare. Venuta a conoscenza della mia provenienza, iniziò a dirmi: “ah, quindi sei una terrona?”, a ripeterlo continuamente nonostante le avessi chiesto di non dire quella parola. A venirmi sotto e ridere mentre mi chiamava terrona, terrona di m…, e simili. A nulla valse che anche la tipa del suo gruppo le disse di smetterla perché mi dava evidente fastidio. La gallina vecchia continuò per circa tre ore, finchè mi si buttò addosso per dirmelo ed io non ci vidi più. Credo sia stata la prima volta che io abbia messo le mani addosso a qualcuno, certo non mi sono accanita come un animale perché altrimenti finiva male davvero, ma è stata una gran liberazione, e la sua faccia incredula e umiliata, una gran soddisfazione. L’amico in comune mi ha detto che all’alba lei non si è neanche presentata in aeroporto, perdendo così l’aereo e nessuno ha più avuto notizie di lei.

Successivamente fu la volta di un locale molto bello, l’Adagio, ma molto caro e dall’ambiente un po’ ambiguo. C’era un po’ di invasione di magnati dell’est con ragazze o donne al seguito piuttosto mal vestite. Non dimenticherò mai una tizia: piuttosto in carne, stivali neri, calze a rete, minishorts o minigonna inguinale, un top di lattice scollatissimo rosso fuoco, due zinne giganti e un tatuaggio a forma di aquila gigante che le usciva dal decollète e le arrivava fino alla gola. Lei ovviamente si accompagnava a tipe piuttosto similari e per nulla sobrie. La nobile arte dell’accostamento di colori, questa sconosciuta.

Sul fronte lavoro iniziava a fare capolino l’idea che non avessi un altro lavoro per dopo e che per me, Berlino come Francoforte, sarebbero finite allo scadere del lavoro temporaneo. Così ho iniziato ad inviare CV, a sbattermi a scrivere una lettera motivazionale per ogni lavoro e ad evitare per principio lavori insoddisfacenti/da sfruttamento, o pagati troppo poco. Io credo che i miei sogni e i miei sacrifici per lo studio abbiano un valore, non un prezzo, e che questo valore non può essere disperso per la vocazione alla schiavitù che non ti lascia poi, neanche più il tempo di sognare.

Andai così a fare diversi colloqui. In una casa di produzione cinematografica. Il mio primo colloquio in tedesco di persona e non al telefono. Mi sembrava di andare a fare l’esame all’università, la tensione, il “non ce la farò mai”, il “non mi ricordo un cazzo”, il “non capirò un cazzo”. Le cose andarono più lisce del previsto, e mi furono facilitate anche dalla presenza di una ragazza italiana che mi fece parte del colloquio in italiano. Sembrava tutto bellissimo, fino al momento della comunicazione della paga. Lì crollarono i sogni di gloria e credo anche di aver visibilmente cambiato faccia. Soprattutto dal momento che la ragazza non aveva fatto che ripetermi quanto in Italia si venisse sfruttati per nulla, quanto ora si sentisse valorizzata e pagata meglio rispetto all’Italia, per poi dirmi che loro non è che avessero troppi soldi per un eventuale mio lavoro e di accontentarmi di un mini rimborso spese. Quindi cosa cambia rispetto all’Italia? Boh.

Successivamente ho fatto un altro colloquio, per un famoso sito di e-commerce. Pensavo mi chiedessero quattro cazzate sinceramente, e invece, i tre giovanissimi tedeschi, mi misero sotto per bene. Mi fecero anche un colloquio molto tecnico su “come procederesti per un’analisi di internazionalizzazione della nostra azienda?” e altre domande molto tecniche. Prendevano appunti per qualsiasi cosa dicessi. Avevano un foglio prestampato con tutte le cose da chiedermi, e mi facevano anche delle specie di test “cosa faresti se…”, “come reagiresti se…”. Anche se la posizione era per madrelingua italiani, di italiano non dissi una parola. Non mi presero, ma fui contenta di essere uscita viva e soddisfatta dopo più di un’ora di colloquio in tedesco serrato e perfino tecnico.

Poi fu la volta di un’altra azienda, che voleva mettermi a fare un lavoro di una noia e uno stress mortali, il colloquio metà in tedesco e metà inglese perché l’inglese era richiesto. Anche lì mi caddero le braccia sulla remunerazione. Paga di merda e lavoro di merda. Per fortuna non mi presero e non me ne frega proprio.

L’unica cosa positiva è che almeno in Germania mi hanno chiamata a fare dei colloqui dalla semplice lettura del CV. Tutti i selezionatori mi sono sembrati attenti e che conoscessero il mio cv a memoria. Almeno lì lo leggono e ti mostrano una parvenza di rispetto. In Italia ormai, sono sempre più convinta che il CV se non te lo fa arrivare qualcuno a qualcuno che conosce è veramente impossibile ottenere anche solo un colloquio.