Il coworking (parte 2)

0
Berlino torre

Archiviata la pratica Mario, ho iniziato a pensar bene di allargare i miei orizzonti di amicizie al lavoro. Ormai non dovevo più impressionare Mario, né passarci del tempo insieme, né dedicargli ulteriori attenzioni. Dopo aver preso un palo di quella portata non potevo far finta di niente ed era difficile tornare al rapporto che avevamo prima. Avevo voglia di staccare e, per un po’, staccai.

Il mio periodo lavorativo berlinese iniziava a prevedere un impiego full time esclusivamente dal coworking. Inizialmente ci andavo solo da pausa pranzo alle 18, poi dalle 9 all’infinito. Ho così scoperto un altro mondo, altre persone, altre dinamiche, considerando che in posti del genere, le persone sono sempre le stesse.

Per un breve periodo, la mattina presto c’eravamo solo io, Ori (il ragazzo israeliano di cui non capivo una parola) e una certa Sabine che preparava il suo ultimo esame universitario. Poi Ori è tornato per un po’ in Israele, e Sabine ha superato l’ultimo esame. Al loro posto ho passato le mattine con una ragazza italiana che ho scoperto solo successivamente essere un’attrice di successo, una ragazza francese con cui non ho mai scambiato mezza parola perché stava sempre per i fatti suoi, Philip (il ragazzo olandese che parla italiano meglio di me) che iniziava a venire presto la mattina, e qualcuno che si metteva nell’altra stanza.

Ho conosciuto Leonie, una ragazza tedesca che parla italiano meglio di me perché ha passato 4 mesi in Italia che ha un biontissimo pampino troppo dolce e con cui puoi ridere di tutto; Lea, una ragazza tipica tedesca dolce e carina, che non sono mai riuscita a conoscere bene pur avendoci passato tanto tempo insieme. Javi, un architetto spagnolo sfuggito alla crisi. A metà mattina sentivo ridere in cucina, era l’inconfondibile risata di Sepehr, e il mio istinto era quello di raggiungerlo in un’interminabile pausa caffè con Leonie e Sandra che mi avrebbe divertita non poco.

Il progetto lavorativo che stavo seguendo, procedeva bene. Eravamo fattivi, operativi, ed insieme ci divertivamo anche tanto. Per promuovere la nostra start-up, decidemmo di girarne un video promozionale in cui io e Luca eravamo gli attori, ma ci voleva un tedesco madrelingua per una scena.
In verità, dovendo interpretare due scolari, il posto di Luca è stato un po’ in dubbio in favore di Mario che è anagraficamente più piccolo ma io dissi che volevo Luca, che il progetto era nostro ed era giusto mettere Luca, a meno che non si profilasse una scena di un bacio con Mario. E ovviamente Luca fu. Più Sepehr, che ci fa ridere solo se lo guardiamo. In un meraviglioso pomeriggio di fine ottobre, con temperature inaspettatamente sopra i 25°, andammo in un parchetto di Neukoelln a girare queste scene.

Ovviamente, nel girare, passarono persone in bicicletta, cani che abbaiavano, un signore che faceva tutto il giro del parco e passava inesorabilmente davanti alla telecamera (e che nel video ufficiale abbiamo tenuto), e Sepehr che o sbagliava la battuta, o gli cadeva il cellulare, o ci faceva ridere tutti. Credo che abbiamo rifatto la scena circa 7 volte prima di averne una girata bene. Ma quel pomeriggio mi ha regalato delle risate che ancora non dimentico.
Quel pomeriggio, a farci da spettatori, oltre al nostro team italiano, una coppia di spagnoli, Mo’ e Fabi, conosciutisi nell’erasmus di lei in Inghilterra e messisi insieme un annetto dopo un incontro fortuito con un amico in comune dell’erasmus. Loro vivono in Germania da circa 4 anni e a Berlino da un paio, ormai senza più troppo entusiasmo. Sono traduttori, supersimpatici e alla mano, e con loro ho passato diversi pomeriggi di cazzeggio e lavoro al coworking. Da Mo’ puoi andare a parlare o a farci una battuta o a prenderla in giro, lei sta sempre allo scherzo in un modo che fa ridere tutti. Era spesso bersaglio di battute di Luca, e quante risate che ci siamo fatti.
Quando le chiedevi di Berlino, lei guardava Fabi e gli diceva: “già, perché stiamo ancora qua? Perché non torniamo in Spagna? A noi qui non ci trattiene più nulla”. Insomma, anche una città stimolante come Berlino, dopo un po’ viene a noia. Anche l’esperienza del vivere fuori, ad un certo punto diventa routine.
Anche lo stare più o meno bene in un posto, alla fine ha bisogno del cambiamento, dello stimolo nuovo da cui attingere energie.

E infine c’è stata Anja, una carinissima ragazza polacca trasferitasi a Berlino col ragazzo norvegese.
Lei traduce dal norvegese al polacco perché ha vissuto 3 anni ad Oslo. Io sono stata ad Oslo a giugno e sono affascinata da sempre dal nord, per cui ho chiesto di raccontarmi qualcosa sulla spiccata e proverbiale socialità dei norvegesi.
Ne è uscito fuori che: 1) i ragazzi (maschi) sono talmente intimoriti dall’approccio con le ragazze che ci provano solo se sono ubriachi (e fin qui anche i tedeschi) e… rullo di tamburi… ingeriscono il valium. Sì, camminano con il valium appresso perché per fare passi del genere devono prima calmarsi; 2) lei fece una gita in pullman di 5 ore e capitò accanto ad un ragazzo. Lei voleva parlargli, perché stare 5 ore in silenzio non è tanto normale, ma lui rifiutò di rivolgerle la parola in quanto “già fidanzato”. A nulla servì che anche lei lo fosse e la sua intenzione di scambiare semplicemente 4 chiacchiere, perché lui le ribadì “non voglio parlare con nessuno”. 3) Al ritorno della suddetta gita, lei e due ragazze norvegesi si ritirarono prima e dovettero fare un percorso di circa 3 ore insieme. In religioso silenzio ça va sans dir. Le ragazze non volevano parlare, neanche tra di loro, né gli interessava conoscersi, scambiare due chiacchiere, dirsi una parola. E il percorso lo hanno fatto loro tre, insieme, per tre ore, in silenzio.
Dunque, in confronto ai norvegesi, secondo Anja i tedeschi sono “molto più espansivi”.

Del mio lasciar perdere Mario, ne ha approfittato senza perdere un secondo, una new entry: una tedescona di 11anni più grande. La suddetta la descrivo QUI come nuova entrata che ha iniziato a parlare con Mario e non ha più smesso un secondo.
Quel giorno, il modo in cui mi interruppe mentre parlavo con lui, e i successivi giorni, hanno fatto sì che la sua presenza mi infastidisse molto. Lei era sempre dove era lui.
Ha 10 anni più di lui e vedevo in lei il mio atteggiamento di quando io avevo 13 anni. Lui va a fumare, lei lo insegue. Lui torna, lei torna. Lui si mette in cucina e lei si mette in cucina.
Io avevo ormai abbandonato la scena per la mia volontà di staccarmi un po’ e non stargli addosso. Ma ormai non avevo più il minimo spazio con lui, perché loro erano sempre insieme.

Lei non si toglieva un secondo da vicino a lui, neanche per andare in bagno.
Io non potevo parlargli, anche volendo, non avevamo più il nostro spazio in cucina perché c’era sempre lei, che da brava scassacoglioni, mi metteva sempre in secondo piano con la sua dialettica madrelingua tenendomi fuori da ogni possibile discorso e facendo sì che io ne venissi esclusa. E di fatto ci riuscì abilmente, tanto che io cercavo di avere a che fare il meno possibile con loro: in fondo lui era fidanzato; come il palo l’ho preso io, l’avrebbe presto preso anche lei.
Non sapevo che così facendo, mi chiudevo una strada dandomi la zappa sui piedi, mentre spianavo la sua che, di fatto, era già in discesa.

Berlino