Il giorno che non doveva arrivare

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tramonto invernale amburgo

Amburgo, giovedì 30 aprile 2015.

Mi sveglio alle 6 per un brutto sogno. Stavo sognando che mia madre mi diceva che era morta mia nonna, il cui compleanno era due giorni dopo, ed io avevo prenotato i biglietti per scendere a Napoli e penso che la vita è crudele e che non sia giusto.

Mi sveglio, capisco che è un sogno, mi alzo e faccio la valigia (avevo realmente prenotato per scendere a Napoli quel giorno), mi preparo per andare al lavoro, da lì sarei andata diretta in aeroporto. Mi serviva molto staccare dall’ultimo mese di sfiga, e come volevo fare a Pasqua, riponevo grandi speranze in un weekend rilassante a casa, dopo un periodo di grandi speranze e totali fallimenti.
Aspetto il pullman delle 8:05. Frugo nella borsa e mi accorgo che ho dimenticato il cellulare italiano a casa. Faccio una corsa con le valigie, a casa non c’è. Chissenefotte, riscendo. Aspetto il pullman delle 8:15 e nel frattempo trovo il cellulare in borsa. Vado al lavoro.

Percepisco stranezza. Ho incrociato varie volte Kerstin in corridoio che si guarda intorno. Strano, lei non sta mai in corridoio a zonzo. Ha lo sguardo sfuggente e un sorriso innaturale. Vorrei chiederle se è tutto ok, ma non voglio disturbarla o infastidirla. Passo oltre.

A mezzogiorno entra in stanza paonazza in volto e voce tremula: “Potete venire nella conference room? TUTTI, per favore“.
Spaesati e presi tutti alla sprovvista ci avviamo. I meeting collettivi in conference room sono sempre programmatissimi e conosciuti da tutti: è evidente che non siano buone notizie.

Incontro Kate in corridoio che rientrava in stanza e le dico: “ehi, meeting nella conference room, dobbiamo andare tutti“. Leggo disappunto e strafottenza nei suoi occhi, mi fa un gesto alzando le mani in aria che percepisco quasi come un “vaffanculo”. Non capisco, ma non chiedo. Seguo gli altri in Conference Room.

Ci sediamo tutti intorno al tavolo, tensione alle stelle, nessuno fiata.
Parla Kerstin, fissando un punto del tavolo davanti a lei, occhi umidi: “Farò l’annuncio in inglese perchè sia chiaro a tutti, spero sia ok per voi (tedeschi).
Oggi è un bruttissimo giorno per la nostra azienda. Per alcuni mercati degli internazionali, non c’è più lavoro e il poco che si guadagna non basta più a coprire i costi di quelle persone. Purtroppo dobbiamo comunicarvi che dobbiamo terminare i contratti per alcuni di voi.  Le persone sono: Veronika, Kate, e Daniel. Gli verrà pagato anche maggio ma non lavoreranno, perchè per loro non c’è proprio più lavoro. Il capo me lo ha comunicato ieri sera, purtroppo non c’è niente da fare. La decisione è operativa a partire da oggi. Se ci sono domande, sono qui”. Silenzio. Si commuove. Si sentono solo i nostri respiri tesi.

Cerco Kate e Veronika con lo sguardo, non ci sono nella stanza. Ma quando pensano di dirglielo?

Qualcuno azzarda qualche domanda, ma non ci sono risposte.
Dopo usciamo e andiamo in stanza da Kate e Veronika. Loro erano state convocate poco prima per andare nella HR a prendere la lettera di licenziamento, per questo nella conference room non c’erano. Per questo, quando ho detto a Kate di venire, era piuttosto in disappunto. Tornava dall’ufficio HR dove le avevano comunicato il licenziamento.

Kate era lì da due anni, una dei pilastri del team internazionale, èstone, sempre col sorriso.
Veronika è slovacca, laureata in Matematica tra Slovacchia, Amburgo e Italia. Aveva sempre lavorato home office dall’Italia. Avevo sempre sentito parlare di lei ma l’ho conosciuta solo a febbraio e settimana prossima tornava a Bratislava “definitivamente” ma continuando a lavorare home office per l’azienda. Oggi sarebbero arrivati i genitori con la macchina per aiutarla nel trasloco e riportarla poi a Bratislava.
Daniel non l’ho mai conosciuto, lavorava dall’UK. Ma so che è abbastanza giovane e ha famiglia e problemi.

In stanza da Kate e Veronika restiamo tutti vicini, Veronika era solo un po’ incavolata e disappointed; Kate piangeva tanto. Ha dato la lettera di licenziamento ad Agatha (madrelingua) e le chiedeva: “possono farmi questo? è legale questa lettera? sei sicura? possono?”

“Sì. Purtroppo è tutto corretto”.

Qualcuno tentava di dire qualcosa, tutti ci siamo commossi. Tutti insieme (solo il nostro team internazionale) lì in silenzio a piangere.

Poi abbiamo cercato di lavoricchiare, per quanto possibile, e di mangiare. Per i tedeschi c’è lavoro. A tavola c’erano vari tedeschi che ridevano e scherzavano e schiamazzavano fastidiosamente come non li ho mai sentiti. E in 4 international a pezzi.

Mentre mangiavamo ho visto Kate andare nella stanza di fronte dove ha la giacca. “Sta andando”. Saluta da lontano con lo stesso sorriso di sempre e gli occhi di chi ha pianto e sta piangendo. L’ho salutata così, da lontano, con un gesto della mano.

Ho pianto le successive due ore, mentre lavoravo. Mi dispiaceva immensamente per tutto, oltre che per il modo e la tensione accumulata per la convocazione. Anabel guardava fuori dalla finestra, lei aveva iniziato a lavorare con tutti e tre. Ora Daniel già da tempo lavorava dall’UK, ma lei ha praticamente perso due amiche, non due colleghe.

Sono scesa giù in cortile, in maglietta, a prendere aria e grandine e a fissare il vuoto.
Ormai l’azienda è uscita allo scoperto dandoci un segnale fortissimo. Sono saltati tutti i piani, le organizzazioni, le negazioni del problema. Non conta più niente di quello che è stato detto, ma solo cosa è stato fatto.
Commento con Keri che oggi è finito tutto, e andranno avanti così ogni fine mese. Oggi è toccato a loro, ma è praticamente chiaro che il 31 maggio toccherà a qualcun altro della roulette russa.
Kerstin era a pezzi, anche se le attenzioni erano rivolte a Kate e Veronika. Prima di andarmene ho scritto un messaggio a Kerstin e le ho detto che anche se tutti pensavamo che per Kate e Veronika fosse difficile, io ero sicura che per lei era forse ancora peggio, che per me è la migliore capa del mondo e le mandavo un abbraccio.
Poi alle 15 sono uscita per andare in aeroporto. Ho perso l’abbonamento ai mezzi. Arrivo tardissimo e c’era una folla inenarrabile. Ovvio, è 30aprile pomeriggio, cosa credevo, di stare solo io?

Per fortuna i tedeschi sono efficienti e veloci e arrivo agli imbarchi in tempo. Agli imbarchi mi commuovo, in aereo anche.

Mi hanno dato il posto sfigato, ultima fila, quella senza finestrini, posto corridoio. Non so se per la posizione in cui ero, o se per un problema, l’aereo decolla sbandando di continuo. Io morta. La gente nelle fila davanti a rideracchiare e divertirsi come fossero montagne russe. Li avrei uccisi.

Ripenso alla giornata, continuo a commuovermi abbastanza spesso.

Arrivo a Napoli, prendo i mezzi perchè tanto dovrò tornare qui ed è meglio che mi abitui. Non può essere tutto una merda qua. L’alibus fa un’ora e più di ritardo. Mezz’oretta di tragitto. Nessun taxi al Molo Beverello. Prendo il bus di fronte. Arrivo a casa alle 21:30, due ore dopo l’atterraggio. Non avevo detto niente a nessuno, solo a mio fratello. Mi apre mia mamma impauritissima perchè mio padre è fuori e mio fratello è partito ieri e non sapeva chi fosse. Poi mi abbraccia sollevatissima e felice per la sorpresa.

Le racconto la giornata mentre ceno. Ovviamente è saltato tutto il mio programma mentale di relax, weekend casereccio tranquillo e divertente e l’idea di godersela un po’. Mi sentivo come se qualcuno mi avesse presa a mazzate. La tensione, il dispiacere e sapere che tutto può finire a breve, offuscano completamente qualsiasi pensiero sia di relax che di divertimento. Non era così che avevo immaginato tutto.

E’ la prima volta che ho vissuto una cosa del genere. Posso del tutto affermare che, anche se non è toccata personalmente a me, è una cosa assolutamente scioccante. E’ una cosa che ha un impatto emotivo molto forte, o forse sono io che sono troppo sensibile, ma è davvero, assolutamente, un piccolo shock con tutti i crismi.

Non ho mai voluto credere alle voci di corridoio della crisi, non ho mai inviato un singolo CV durante il tempo del mio impiego. Avrei dovuto farlo, ma ho avuto le giornate così impegnate che non ce l’ho mai fatta.
Il meraviglioso team che eravamo, i divertimenti e i ricordi, il lavoro tutti insieme, finiscono qui.
Anche se alcuni di noi continueranno non si sa per quanto a lavorare lì, per me con oggi si chiude un capitolo bellissimo e pieno di ricordi meravigliosi legata alla mia vita amburghese e alle persone che ho incontrato al lavoro. Il resto sarà una piccola agonia aspettando il prossimo annuncio dei prossimi che saranno licenziati.

Prima di dormire messaggio con Kate. Le dico che mi dispiace non averla salutata bene e che mi dispiace troppo per tutto. Lei mi dice che oggi è andata così, ma domani sarà sicuramente un giorno migliore. Dovrà esserlo per forza.

Poi spengo il cell e dormo.

Mi sveglio presto l’indomani, apro gli occhi nella mia stanza napoletana semi-buia, tutto attorno è silenzio. Ripenso a ieri e mi commuovo ancora un poco.

Oggi, il sole di Napoli non sarà abbastanza per essere felici.

  • Neofita

    accidenti