Il giorno del giudizio ad Amburgo

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Concluso il mio viaggio alle Faroer, sono tornata alla precaria normalità amburghese agli inizi di giugno: a mezzanotte non c’era più la luce, la gente intorno era tanta, la sensazione di scoperta e novità ormai lontane.

Poco prima del licenziamento di Kate, Veronika e Daniel le cose andavano bene: con il team tedesco ci eravamo integrati e mi divertivo, col gruppo di internazionali avevamo ripreso le uscite e i divertimenti.

Il 30 maggio io ero alle Faroer e mi aspettavo una telefonata da un momento all’altro in cui ci avrebbero detto che ci licenziavano, o forse nel mio caso avrebbero atteso che tornassi per dirmelo e non rovinarmi il viaggio.

Fu la prima cosa che chiesi appena vidi Keri all’ingresso della sede:

“Ehm, novità?”
“no, stranamente nessuna”
“non hanno licenziato nessuno il 30 maggio?”
“no”
“nessun indizio, discorso?”
“niente”
“meno male. Ma strano, ce lo aspettavamo tutti. Forse davvero stanno risolvendo”

Paradossalmente, in azienda sembrava essere tornato il sereno. Ovviamente tutti sapevamo che la situazione era precaria e non ci informavano mai bene, tutti eravamo tesi e pensierosi dentro di noi, però riuscivamo a mantenere un equilibrio divertito e, in qualche modo, andavamo avanti bene.

Per i giorni seguenti, ogni volta che suonava la sveglia, mi svegliavo, la spegnevo, sbarravo gli occhi e pensavo “merda! oggi ci licenziano”. Mi vestivo con questo pensiero, andavo al lavoro con questo pensiero, riuscivo perfino a riderne con Keri, facevo il mio lavoro, e quando tornavo a casa pensavo tra me e me “e anche oggi l’abbiamo scampata non ci hanno licenziati”, come una miracolata che ha scansato il pericolo. Miravo a superare la giornata, a controllare i pensieri e a cercare di capire come potesse andare avanti questa cosa in modo così incerto e precario.

Pochi giorni dopo essere tornata ad Amburgo e in ufficio, il martedì mattina 9 giugno, ci arriva una mail cumulativa: “alle ore 13 incontro nella Conference room per informarvi dello stato economico dell’azienda e gli sviluppi futuri“. Ecco la mail che aspettavo.

Keri mi disse: “accidenti, proprio oggi che non mi sento bene e volevo andare a casa, ma non posso perdermi lo show”

io: “Non avere fretta, probabilmente non sarai l’unica ad andare a casa oggi”.

Eravamo curiosi e facevamo anche un po’ di pronostici. Io, l’ottimista della situazione, ero convinta che ci avrebbero comunicato il licenziamento di massa. Qualcun altro credeva che sarebbe stato un incontro informativo con tanto di americanata motivazionale del “dai che ce la facciamo!”. Riuscivamo comunque stranamente a riderne: “godiamoci il pranzo tutti insieme, perchè sarà l’ultimo”, “sei contenta che è il tuo ultimo giorno di lavoro?”, “quando volevi tornare in Italia? – pensavo ad agosto, ma a questo punto credo domani”, “pensiamo ai lati positivi: ora che ci licenziano possiamo fare finalmente il giro del mondo come ogni nordeuropeo che si rispetti”. Il fatto che Kerstin non ne ridesse, o ne sorridesse in modo visibilmente forzato, mi dava un discreto indizio sul contenuto dell’incontro.

Alle 13 del 9 giugno inizia finalmente questo incontro, ci sono tutti, capi compresi. Guardo la faccia del capo, guardo la faccia di Kerstin, di nuovo del capo e di nuovo di Kerstin, e tanto mi basta per capire che davvero ci stanno per mandare a casa tutti. Il contenuto era infatti su quante difficoltà stessero avendo, qualche grafico sui ricavi e la misura da prendere: Il 60% della forza lavoro di ottobre 2014 verrà mandata via entro il 31 luglio 2015. Ci concentreremo sul mercato tedesco e ci servono persone che parlino tedesco e lavorino molto, quindi fatevi due conti su chi può restare e chi no.

Io sono una dei pochi che parla tedesco fra gli stranieri, una dei pochi che ha un contratto full-time di quelli che lavorano molto, ma…..! Erano i miei ultimi 20 giorni di prova, il che significa che ero l’unica a poter essere licenziata dall’oggi al domani senza preavviso e senza compenso. Quando si dice il culo proprio.

Dopo il discorso è iniziata l’ilarità generale. Completamente diverso da quando, poco più di un mese prima, licenziarono per la prima volta gli altri che ci ritrovammo tutti stretti attorno a loro a piangere. In questa ilarità, Tanja, particolarmente felice, mi porta in un’altra stanza da sole come a volermi parlare: “Volevo dirti una cosa :)” Si mette la mano sulla pancia e mi dice “aspetto due gemelli, sono al terzo mese e te lo volevo dire :)”. A fanculo il licenziamento, puoi solo essere felice per lei in quel momento.

Man mano nel prosieguo della giornata c’è il colloquio singolo one-to-one con Kerstin per sapere se resti o se vieni licenziato. Dal discorso aziendale sapevamo che sarebbe stato mandato a casa il 60%, ma ancora non sapevamo chi.

Al mio turno di colloquio, Kerstin mi dice: “Purtroppo tu sei una di quelli che deve andare via. E nel tuo caso mi dispiace particolarmente perchè so quanto ci tieni a restare in Germania. Io non ti avrei mandata via, parli tedesco, hai il contratto full-time, come rendimento sei sempre stata impeccabile. Ma sono i tuoi ultimi giorni di prova, e questa è la ragione. Non ho altri motivi da dirti se non che nel tuo caso è stata solo, semplicemente, sfortuna”.

Solo in quel momento ho messo da parte l’ilarità e il divertimento precedenti e mi si è stretto il cuore. Ho ripercorso in un attimo tutta la storia del mio espatrio, dei sacrifici, degli aerei presi, la famiglia salutata in aeroporto, i pagamenti degli affitti, le umiliazioni con la lingua, io felice a Francoforte, io felice davanti alla porta di Brandeburgo, i miei pensieri, le mie preoccupazioni e le mie speranze ogni volta che andavo a dormire sperando in un futuro qui, l’aver ricominciato ogni volta ed ogni volta avercela fatta. Ora, era come se qualcuno mi avesse appena falciato le gambe.

Avrei voluto dire che era tutto profondamente ingiusto e che non lo meritavo. Ma mi limitai a fare gli occhi un po’ lucidi, a sentirmi perdente, stare qualche secondo in silenzio e poi dire. “ok, è tutto?” – “sì” – “danke” mi sono alzata e sono andata dagli altri.

Quando si ritornava in stanza si dava il responso agli altri: “resti o vai?” – “Vado, sono tra i licenziati”.

Mi sedetti e ripercorsi di nuovo tutto l’anno amburghese e l’attuale improvvisa totale mancanza di prospettive future. A quel punto mi commossi. Non avremmo mai più lavorato insieme, forse non ci saremmo mai più divertiti insieme, non ci sarebbe più stato quell’ambiente divertente e familiare, non saremmo più esistiti come gruppo, ognuno ormai avrebbe preso strade diverse, forse molti di noi avrebbero lasciato la città, il futuro appariva incerto, non avevo più idea di cosa avrei fatto da lì ad un mese. Per quanto atteso fosse il licenziamento, capitò comunque tutto molto velocemente. Io sarei stata la prima ad andare via, dopo tre settimane, ma avendo 13 giorni di ferie arretrate, avrei lavorato solo due giorni a scelta tra il 10 giugno e il 5 luglio. Tutti gli altri avrebbero terminato il 31 luglio.

Aprimmo una bottiglia di alcol che era conservata in azienda, poi andammo a bere in un bar, poi io avevo l’incontro con la ex affittuaria stronza che non voleva ridarmi la cauzione e poi, finalmente, tornai a casa.

Mi sedetti sul divano a guardare la luce fuori nonostante fosse sera. Tutto silenzio intorno.

Una parte di me voleva approcciarsi al computer e cercare subito lavoro. L’altra parte di me mi diceva di aspettare un attimo e prendermi la serata libera senza overstress, ché la giornata era già stata notevole. Rimasi lì in silenzio a guardare tutta la roba che avevo accumulato e mi chiedevo come avrei potuto riportarmela indietro facendo la conta delle valige e dello spazio. Lo sconforto per la possibilità di dover tornare in Italia era forte. Il dispiacere di poter lasciare Amburgo enorme. La delusione per la situazione di per sè un po’ forte.

Il giorno dopo, era già programmato, sarebbe venuta mia madre a trovarmi per qualche giorno, ma io volevo solo farmi una vacanza con lei e non darle preoccupazioni o una notizia così negativa per un genitore. Ci sarebbero rimasti male più loro che io.

Quando chiamai casa quella sera feci appello a tutte le mie forze per mentire bene.

“Ciao mamma, come va?”
“Bene, tu?”
“Tutto bene”
“Novità?”
“No, proprio oggi nessuna”.