Infelice a Berlino

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Berlino da Warschauer

Verso lo scadere del terzo mese, l’innamoramento da fette di prosciutti sugli occhi, diventa un voler cogliere maggiormente il vero spirito e la vera vivibilità del posto in cui stai trascorrendo la vita. Le fette di prosciutto iniziano a squarciarsi, i paragoni diventano inesorabili, volersi integrare davvero diventa un percorso naturale e la domandina di rito ti batte sempre in testa: “ma io qui ci vivrei per sempre?”.

Al telefono con mio padre la sera.
Lui: “ma usi sempre la bicicletta per andare al lavoro?”
Io: “sì, per ora”
Lui: “ma non fa freddo?”
Io: “non ancora da non poterla usare”
Lui: “ma le rubano?”
Io: “sì e anche tanto, mi hanno detto. Come in tutte le città del mondo”
Lui: “e a te ancora non te l’hanno rubata?”
Io: “no, non ancora

La mattina seguente scendo per andare al lavoro. In bici. L’avevo parcheggiata di fronte al portone, agganciata ad un segnale stradale mobile. La scena che mi si palesa davanti è la seguente: il segnale stradale spezzato in due e lasciato a terra. Della mia bici nessuna traccia. Inizialmente credo di avere un vuoto di memoria sul dove l’avessi parcheggiata. In fondo è una cosa che mi capitava fin troppo di frequente. Cerco di guardarmi intorno, magari il segnale stradale si è accidentalmente rotto e la mia bici hanno avuto premura di metterla a lato da qualche parte. Nulla. Tutte le sante mattine c’erano gli operai che stavano rifacendo la strada davanti al palazzo, ed erano sempre già all’opera quando scendevo. Volevo cercarli per capire se qualcuno avesse visto, ma proprio quella mattina non c’era nessuno.

Ed è praticamente con questo episodio che inizia la mia infelicità berlinese.

Successivamente seguono colloqui andati male e comunicazioni di rifiuto di cv.
La formula è sempre la stessa quando ti rifiutano. Che la mail sia 5 o 20 righe, la frase chiave è sempre: “Wir mussen Ihnen leider mitteilen dass…” (purtroppo dobbiamo comunicarle che…).
Di qualsiasi mail il mio sguardo riusciva subito a cogliere le parole chiave, quel leider mitteilen bastardo. Ormai non leggevo più tutto il panegirico dell’ “il suo colloquio è stato davvero buono ed interessante (…) a causa dell’alto numero di applicanti (…), la scelta, ci creda, non è stata facile (…), abbiamo trovato in lei una persona preparata e affidabile (…), siamo sicuri che non tarderà a trovare un ottimo lavoro (…), no! Mi bastava un nano secondo per cogliere subito l’ennesimo leider mitteilen. Di lavoro non ce n’è. Di concorrenza ce n’è fin troppa.
Un altro no, l’ennesimo no. L’ennesimo posto che per me non c’è. L’ennesima ricerca da iniziare daccapo per altri lavori che non ci sono. L’ennesima lettera motivazionale personalizzata, che scriverla in tedesco ti fa uscire le emorroidi facciali. Passi qualche secondo di sconforto fissando lo schermo e poi ti dici di andare avanti e tentare ancora se no è la fine. Inizi a capire che tanto sarà abbastanza inutile e sai già come finirà. E allora pensi che siccome il tempo è poco, è meglio che ti godi quel tempo al meglio che puoi: uscire, divertirsi, scoprire la città, passeggiare, godersi ogni angolo ed ogni attimo, perché la cosa sta per finire e non ci sarà nessun dopo, nessuna seconda chance.
Guardi fuori e sai già che stai per perdere tutto quello che hai avuto qui. Lavoro, amicizie, simpatie, routine, panorami, scoperte. Tutto. Perderai tutto. E in Italia tutto ciò sarà solo un bel ricordo da raccontare agli amici.

E lui.
Lui che mi sfugge e sta sempre solo con lei quando prima stava con me e stavamo costruendo almeno un’amicizia.
Loro che mi fanno venire ansia solo a guardarli. Lei che lo cerca per ogni cosa, lui che le va dietro in ogni momento.
Io che entro al coworking e li vedo insieme o vicini. Io che vado in cucina e li vedo insieme, sempre insieme. Io che esco fuori a prendere aria e a fare una chiacchiera con gli italiani e loro che fumano insieme. Escono a fumare insieme, rientrano insieme. Lei che entra in stanza per vedere se c’è e per marcarselo a dovere. Lei che parla tedesco stretto e veloce quando siamo tutti e tre, per estromettermi dalla conversazione. Come se io non fossi già abbastanza perdente su tutto il resto.
Io che cerco di restare più a lungo al lavoro sperando di poter stare sola con lui, e lei che resta più di me vincendo per sfinimento. E loro che ridono, e lui che la cerca quando prima cercava me.
Lui che mi aveva detto di sentire un legame con me, e che questo “legame” è magicamente sparito o non ha alcuna voglia di saldarlo. Lei che mi sembra il suo mastino e che non lo lascia neanche un attimo, e lui che è diventato il suo cagnolino. Ogni giorno, l’ossessione di lei mi mette ansia e pressione.
Io che voglio fargli un gesto e non trovo mai spazio perché lei è sempre perennemente davanti ai coglioni. Io che se voglio parlargli, devo prima trovare un modo di far allontanare lei. Lei che non si schioda da vicino a lui neanche per andare al cesso. Lui che mi scrive su whatsapp nella stessa stanza perché non ha neanche più diritto alla parola o le palle per dirmi le cose in faccia. Mi sembra surreale tutta la diabolica pianificazione di lei, il caderci di lui, io che devo assistere a questo teatrino impietoso in cui sono passata da attrice non protagonista a spettatrice forzata.
Ogni giorno, loro che stanno insieme, mi palesano tutto il mio fallire.
Insieme ai continui leider mitteilen, ai drogati della metro a cui devo stare attenta, a quelli che si bucano per strada mentre passo che mi fanno venire i conati di vomito, a quelli che si credono artisti perché vivono a Berlino e fotografano uno stenditoio di panni al contrario per strada.

Sarei voluta scappare via, spezzare quel circolo vizioso. Ma non potevo. Se no perdevo la borsa di studio e l’esperienza lì e, forse, qualche opportunità. Avrei dovuto ridare qualche migliaio di euro indietro. La mia felicità valeva tot €? I soldi comprano la gente e ti fanno restare attaccato ad un posto perché non hai scelta. Come li ridò 4000€ che non ho? Dove li trovo in un mese? E quindi niente, stringi i denti e vai avanti anche se tutti i tuoi sogni ti stanno cadendo a pezzi addosso. I soldi cambiano la testa della gente, ti fanno accettare l’inaccettabile.

La mia infelicità era anche in metro.
Era guardando tutti quei drogati, tutti quei pazzi, tutti quegli artisti perdigiorno che vorrei capire di artistico cosa fanno a parte ascoltare jazz in qualche posto, fumare erba e fare le foto con l’Iphone.
La mia infelicità era pensare a come stanno riducendo questa città dove la storia ti invade qualsiasi cosa tu faccia e questo non interessa che al 10% dei nuovi arrivati.
E’ capire di aver amato un posto per 20 anni e trovarlo completamente diverso.
E’ sapere di non avere futuro qui e di avere un presente che non funziona più. E’ non sapere se questo è il posto che mi farà realizzare i miei sogni, o se non sarebbe meglio tornare in Italia.
E’ vedere i miei connazionali drogati fino al midollo e chiedermi se le famiglie sappiano, o stanno a casa ad illudersi che il figlio stia concludendo qualcosa a Berlino dicendo nelle classiche chiacchiere all’amico di quartiere “mio figlio sta a Berlino, sta cercando lavoro”. Tuo figlio non sta cercando nessun lavoro, sta cercando una pasticca più potente di quella che si è preso il weekend scorso.

Forse passare ogni giorno per Kottbusser Tor (zona ad alta densità di drogati/spaccio/pazzi) mi ha fatto avere uno spaccato peggiore della città. O semplicemente il più vero della vita.

Berlino
  • Paolo

    Ma perchè dai la colpa della tua infelicità ai ragazzi italiani che si sballano a Berlino?
    Saranno pure fatti loro no? Poi non ti preoccupare che pure in Italia ci sballiamo noi ragazzi

    • Se lo fanno sono fatti loro.
      Se me lo mostrano mi inquinano la giornata.

      • Paolo

        Mah, non dico drogati anche tu , ma apri la tua mente, vivi e lascia vivere, sicuramente sarai infelice per altri motivi di certo non perchè gli altri si sballano.

        • L’infelicità fu data da un insieme di cose che non andarono bene tutte insieme, dal lavoro alla vita privata.

  • Oddio mi spiace che stai attraversando questo momento…e cmq sì, passare per kottbusser tor non aiuta credo sia la fermata peggiore di tutta Berlino io ci lavoravo lì e ci passavo ogni giorno però dopo quello che vedo in America ti assicuro che coi tipi di kottbusser tor starei proprio serena!! Io cmq non faccio testo perché ho avuto e avrò sempre i prosciutti davanti agli occhi, come dici te,in quella città. Ma soprattutto me ne sono sempre fregata di quello che fanno gli altri. Vai per la tua strada e fregatene davvero non vale la pena arrovellarsi su come perché e cosa facciano gli altri italiani a berlino, Quelli che vanno per divertirsi è solo una fetta ma poi tornano stai sicura che non restano 🙂

  • Purtroppo credo che tutti i posti abbiano dei lati negativi.. e credo che la tendenza di quando si va all’estero sia quello di idealizzare le citta’ e poi esserne delusi ! E’ un processo normale, quando sono arrivata qua in USA l’addetta agli studenti stranieri mi ha spiegato che molti hanno prima la fase di grande entusiasmo, poi la grande delusione, e poi iniziano a vivere ‘normalmente’ accettando gli alti e bassi!

  • E poi lui…lascialo perdere, guardati intorno! Che uno senza palle neanche di parlarti, che casca come uno stupido sotto le grinfie di una sgallettata rompicoglioni, non è degno di considerazione…non è UOMO!!!!

    • ahahahahah! hai talmente ragione che quando ci sono arrivata anche io a fare questo ragionamento, ho messo la parola fine a quella farsa. (ma i post sono temporalmente piuttosto successivi ai fatti accaduti, quindi farà ancora una breve apparizione in un altro post).

  • Dai su non ti arrendere…i momenti di sconforto ci sono ma se torni qui, ce ne saranno comunque, probabilmente anche di più!!! Almeno lì hai qualche possibilità in più!
    E se non fosse Berlino, ormai super inflazionata e presa d’assalto da italiani, spagnoli, e gente in cerca di un futuro migliore come te? Se fosse una città più piccola, con meno alternative forse ma anche con molta meno concorrenza? Pensaci…intanto un abbraccio e un grosso in bocca al lupo!!!

    • Grazie cara Cannella. E’ difficile lasciare la magia di Berlino. Magia che, al di là dei momenti di sconforto, è talmente presente che è quasi invadente.
      L’idea più intelligente sarebbe appunto quella di un altro posto. Berlino solo per rompere la concorrenza, altrimenti forse è meglio di no.