Manovre di allontanamento

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Panorama Berlino autunno

Al weekend dell’incontro con Mario mi sentivo completamente sputtanata. Felicissima di aver vinto le mie timidezze, ma pur sempre sputtanata.

Lui mi aveva detto che doveva tornare a casa dai suoi a Potsdam perché un amico si trasferiva ad Ingolstadt e voleva/doveva salutarlo. Ecco qui la scusa magnifica. Di quelle che noi donne diciamo quando ci rendiamo conto di aver fatto una cazzata ad aver accettato un invito. Di istinto diciamo di sì perché non sappiamo come far capire al malcapitato che non ci interessa. Poi, pensandoci bene, e reseci conto che di uscire col malcapitato non ce ne frega una cippa, ci inventiamo l’amica che si deve trasferire ad Ingolstadt e che dobbiamo assolutamente salutare.

Il mio momento di gloria è durato molto poco. Presto la realtà mi si è palesata per quello che è. Eppure mi era sembrato, non voglio dire interessato, ma che un minimo ci fosse una curiosità, un minimo, una briciola di un qualcosa da entrambi, sì.

Bando alle mie insicurezze, il pomeriggio del sabato mi manda un messaggio: “Hey, io mi vedo con un amico alle 21 a Warschauerstrasse. Voi allora siete in giro da quelle parti? Mario”. Bene, il mio numero non lo aveva buttato, e forse quella di salutare l’amico non era una scusa. Certo che poteva anche invitarmi da sola ad uscire, magari in camera sua invece che con il suo amico. Che facciamo un’uscita a tre? ij, mammeta e tu? Vabbè.

Riesco ad arrivare all’appuntamento con solo un’ora e venti di ritardo, sotto un diluvio universale, dopo aver messo l’unico paio di scarpe coi tacchi che ho comprato, appena nuovo e subito distrutto dal fango, e dopo essermi truccata tanto quanto una bagascia. No scherzo. Però mi ero truccata.

Lo vedo attraverso i vetri del locale, ad un tavolo con più persone. Entro e vedo lui, l’amico, e due ragazze. Penso: “oh cazzo, questo non solo c’ha la fidanzata, ma sono la quinta in una piena uscita a quattro. Come faccio a passare una serata intera con lui e la ragazza. Che sfiga è?”

Excursus: ora, il mio pensiero può sembrare un trionfo di disistima, di paranoia, di pensiero dell’assurdo, e ok. Ma io sono stata traumatizzata alcuni anni fa quando, ad un appuntamento per pranzo con un austriaco erasmus con cui uscivo regolarmente e che mi piaceva molto, fuori al ristorante mi fa: “aspettiamo qui, sta venendo la mia ragazza”, “O________O ragazza?” Non ebbi neanche il tempo di inventare una scusa per andarmene, che ella apparve e si presentò.

Quindi se io ho delle paranoie e un pensiero laterale piuttosto singolare, è anche perché ho avuto un vissuto che ha realizzato ben più che qualche paranoia. Poi la realtà è che se le cose non sono proprio chiarissime ma un po’ sfumate e nel mezzo, tutti possono aver frainteso, sbagliato idea, aver avuto false aspettative e via dicendo. Quindi tutto può essere.

Ma ormai sono lì, e via, la prenderò con filosofia anche se sto già incazzata. Tanto mi avrebbe raggiunto un gruppo con cui uscivo, quindi, se andava male, avrei finito la serata con loro e tanti saluti Mario.

Lui carinissimo mi presenta ai presenti e mi fa sedere sulla sua sedia, mentre va a prenderne un’altra.

“Lui è Daniel. Lei è la mia coinquilina, ma siamo come fratello e sorella ormai. E lei è una sua amica, sono andate prima al cinema insieme”.

Quindi niente fidanzate? Minchia è il mio giorno fortunato.

Lui non è più il nerd che sembra timido e impacciato al lavoro. Lui è educatissimo e ci sa fare, è carino e mi sfiora anche gambe, braccia, mani con un certo savoir faire e senza risultare invadente. Le ragazze mi squadrano dalla testa ai piedi facendomi i raggi X; già immagino che dopo faranno commenti sull’impossibile. Eppure pensavo che questo squadrare al più non posso avvenisse solo tra le mie competitivissime connazionali italiane. La serata va via un po’ difficile ma tranquilla. Non vedo grossi segni di interesse delle due ragazze verso lui, forse l’amica della coinquilina un pochino sì ma è ok, si vede che non è un’uscita per “combinare”. Loro tutti tedeschi ovviamente parlano solo tedesco e seguire non è semplicissimo, arrivi a un punto in cui vorresti spaccargli le sedie in faccia e dirgli di parlare italiano, ma è ok anche questo.

Ad un certo punto vedo lui impegnato in una conversazione che lo coinvolge molto con l’amica della coinquilina. Nel senso che è quasi arrabbiato, “scaldato”, intossicato e agitato.

Ed è lì che si materializza ciò che non avrei mai voluto sentire. Sentivo “sie, sie, sie, sie” (lei, lei, lei, lei). Capisco che parla di una lei, capisco che c’è una lei, lontana e problematica e che non sono io. Capisco che per me non c’è speranza, anche se la mia speranza è sempre quella di aver capito male. Ma so di aver capito bene.

Dopo il suo 30esimo cocktail alcolico lo vedo piuttosto male, approfitto che siamo soli al tavolo e gli chiedo se gli vada di prendere un po’ d’aria fuori perché mi sembra stia quasi per svenire. Così usciamo insieme, io imbacuccata dalla testa ai piedi con cappotto invernale, sciarpa e guanti, lui a maniche corte. “Non hai freddo Mario?”, “no ho bisogno di un po’ d’aria fresca, ho caldo”.

Ma perché per loro 8°C non è gelo invernale ma “aria fresca”? Vabbè non ci interessa.

Io: “stai bene, ti senti bene? Che hai che non va?”. Lui stava lì lì per piangere. Non mi sembrava un’alterazione da alcol, lui stava proprio per piangere.

Mario: “Non va bene niente. Mi sento triste, mi sento solo. Al lavoro non va come speravo che andasse, la mia ragazza è fuori, non c’è mai, e io mi sento sempre solo”.

Io: (merda) “hai una ragazza?”

Mario: “perché lo sapevi che avevo una ragazza, vero?”

Io: “No non lo sapevo”

Mario: “non te l’ho mai detto?”

Io: “no”

Mario: “ok. E saresti uscita con me se avessi saputo che avevo una ragazza?”

Io: “sinceramente no”

Ora inizia davvero quasi a piangere e mi accarezza il braccio per confortarmi: “Oh cazzo, scusami. Scusami ti prego, non volevo”.

Io: “non ti preoccupare, è tutto ok”.

Mi racconta che la ragazza è inglese, studia in Inghilterra, che con lei va male, molto male e non è mai andata peggio come in questo momento. Ecco perché lei non c’era mai quando gli chiedevo cosa facesse al weekend. Ecco perché lei non c’era mai nei discorsi, mai nelle sue giornate, mai in quello che faceva. “Ma tu sei interessata a me?”

Io: “certo che sono interessata a te. Sei super gentile, carino, simpatico, sto bene con te. Mi piaci”

Mario: “scusami davvero, ho fatto un casino, perdonami” e continua ad accarezzarmi il braccio per sostegno.

Io: “non ti preoccupare, ti ho detto che è tutto ok” e sul momento era vero, non riuscivo a sentire dolore per me. Riuscivo solo a vedere un ragazzo molto carino che stava per piangere e non sapeva più come scusarsi. Ho visto un ragazzo di cuore che io, se fossi la sua ragazza, non avrei ridotto così né gli avrei fatto mancare le attenzioni che merita. Quella demente della fidanzata ha un ragazzo d’oro fra le mani e chissà a che cazzate pensa.

Mario: “anche tu sei sempre super carina con me, gentile, sei adorabile e sto bene con te. Vedi che mi siedo sempre vicino a te al lavoro? Vedi che sono sempre in cucina con te quando sei lì? Preferisco stare con te in cucina che con tutti gli altri di là. In teoria avrei molte più cose in comune con gli altri ragazzi lì che studiano informatica e con cui potrei parlare, eppure io mi sento molto più legato a te che a loro. Non lo so perché”

Io: “mi fa piacere”

Mario: “A me quell’ambiente non piace proprio, io preferisco stare con te, anche Luca mi è simpatico, ma con gli altri non ci sto bene. Tu sei la ragione per cui io ancora non me ne sono andato da lì”

Io: (eh, e quindi?) “ho capito”. In realtà non ho capito un cazzo. La tragicommedia è finita con me che praticamente consolavo lui. Non so neanche se nei fumi dell’alcol in cui era si dicono le verità che uno non ha il coraggio di dire da sobrio, o se si dicono cazzate che il giorno dopo non si ricordano neanche più. E il fatto che io sia astemia, non mi aiuta affatto ad avere una risposta.

Stupita da me stessa, dal mio autocontrollo, e dalla reale sensazione che è andata così, amen, mi sono sentita forte e matura. Abbiamo perfino passato il resto della notte insieme alla sua coinquilina e Daniel, andando a ballare. Ero abbastanza tranquilla e ho retto la situazione anche piuttosto bene, anche se ogni tanto lo guardavo come si guarda una persona che ti piace e che non avrai mai, nel contesto di una serata per di più disastrosa, pensando che lui ha una ragazza lontana e che magari non se ne fotte niente e lui la pensa, mentre io sono lì pronta a dargli tutto ma per lui sono equivalente al nulla e alla polvere.

A fine serata però ero stanca, intollerante e mi sentivo una perdente.

La sensazione di fallimento è stata ancora più netta quando, tornando a casa, ho chiuso la porta dietro di me. Quando con ancora le orecchie che ti fischiano per la musica e il silenzio della casa notturna, ti togli la giacca, le scarpe, accendi la luce in bagno, ti togli le lentine e ti guardi allo specchio e ti dici che non è andata. E torni in camera per metterti a letto e la sensazione è più pesante ancora.

E la mattina ti svegli assonnata e rincoglionita e quella sera è il tuo primo pensiero, ancora nel silenzio, fra le coperte mentre fai colazione e con la camera illuminata a giorno perché non ci sono le tende. E fissi il pc nel silenzio, il muro, il cellulare che non si illumina mai, fissi la torre di Alexanderplatz oltre la finestra. E’ tutto uguale ma tutto cambiato.

E’ stato bello, carino, divertente ed emozionante. I nostri pomeriggi a guardarci e sorriderci, le nostre chiacchierate in cucina con una canzone di sottofondo. Tu che mi aiuti a cucinare e ci sorridiamo. Io che la mattina non aspetto che te e tu che mi fai felice perché ti siedi accanto e mi sorridi come non sorridi alle altre. E’ stato dolce fare le piantine insieme. Pensavo potessero simboleggiare il nostro rapporto che cresceva e sarebbe stato ormai maturo dopo le 12 settimane. E invece ho toppato malamente, anche se le piantine sono ancora lì a prendere luce per crescere.

E’ stato tutto bello, davvero. Ma è il momento che mi metta il cuore in pace e che quando i miei occhi incontrano i tuoi, invece di sorriderti, è il caso che io li abbassi facendo finta di niente.