Manovre di avvicinamento (2a parte)

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berlino panorama

Quando arrivò il fatidico mercoledì, mi premurai che la mia pasta al forno, fatta con queste manine qui, fosse prelibata.

Io avevo fame già dalle 10. Lui non arrivava.

Io aspettavo. E lui non c’era.

Gli altri avevano già mangiato tutti, e lui non era neanche ancora arrivato.

Io avevo preparato tutto con cura maniacale, avevo comprato le vaschette di alluminio, avevo fatto le porzioni, mi ero vestita carina e mi ero pure truccata. E venivo lasciata lì, sola, con il mio pensierino prelibato nelle buste. E lui che viveva come se io non ci fossi.

Ad un certo punto, affamata e stanca di aspettarlo, stacco dal lavoro e stavo prendendo la mia pasta al forno che sarei andata a mangiare da sola, con lui che non c’era, pensando a quanto fossi sfigata e andandomi a fare pena da sola in cucina.

E’ proprio in quel momento che lui entra, ed io rimetto tutto frettolosamente a posto, facendomi venire il miglior sorriso che posso.

Io: “ciao”

Mario: “ciao”

Io: “allora, io ho cucinato”

Mario: “ottimo”

Io: “quando mangiamo?”

Mario: “direi fra almeno un’oretta, ho appena fatto colazione io. Facciamo verso le 3 e un quarto

Io: (fingendo tranquillità) “ok”. Ma nella mia testa gli ho bestemmiato la famiglia.

Anche il nostro secondo incontro è avvenuto in cucina, abbiamo mangiato insieme tutti bellini, ogni tanto ci guardavamo e ci sorridevamo. E anche il secondo incontro è stato costellato di un viavai di persone che dovevano per forza entrare ed uscire per tutta la durata del nostro pranzo.

Io provavo a fargli l’interrogatorio sul weekend, più che altro mi serviva sapere se c’era traccia di fidanzata, perché lui non me ne ha mai parlato, io non ne ho idea se esista una Freundin o meno, e quindi volevo accertarmi che non esistessero Freundin fra le balle. E anche per questo weekend mi parla di amici, dormite, e “niente di particolare”. Dunque campo libero, non c’è traccia di Freundin. Questo significa che adesso, per te, caro mio, è finita.

Nei giorni successivi ci siamo sorrisi a lungo nella sala di lavoro, abbiamo cucinato insieme, siamo stati spesso insieme, abbiamo chiacchierato, e la qualità delle mie giornate si è così impennata.

Una volta mi disse che aveva portato delle piantine da fare, aveva i semi, aveva la terra e i bicchieri, e ci siamo messi in cucina a farli. E’ stato molto tenero vederlo che si mette lì a fare le piantine, io non ho mai visto un ragazzo che si dedicasse tanto a queste cose. Abbiamo messo la pellicola e le abbiamo esposte al “sole”, cioè… le abbiamo messe davanti alla finestra. Ci vorranno 12 settimane perché fioriscano e perché possiamo vedere i frutti del nostro pomeriggio, esattamente quando io andrò via.

Io non riuscivo più a guardarlo in modo normale senza che una tempesta ormonale mi cogliesse non appena lo vedessi camminare/sorridere/parlare/entrare in stanza. Ero piena di quel nervosismo piacevole, quando si sente la primavera nel cuore, ma ciò mi rendeva anche estremamente inquieta, poco produttiva e perennemente fra le nuvole. In più, non riuscivo ad andare avanti così, ma non avevo il coraggio di fare mezzo passo avanti.

Così chiesi consiglio ad Eylem, la mia coinquilina, molto in generale sugli uomini tedeschi. Il punto è che non si capisce mai se questi tedeschi sono solo sempre iper-gentili o se, banalmente, ce lo vogliono (trad. per non napoletani: sono interessati). Non mostrano il minimo istinto ormonale, ti fanno immaginare tutto ma non concretizzano nulla. Hanno una gentilezza da corteggiamento, ma poi non fanno un passo. Quindi non sono interessati?

Eylem sostiene che sono difficili da capire, ma che è anche bello così, e che anche per loro Frauen è difficile ma… attenzione! “Sembra che dormano, ma in realtà non dormono. Un uomo turco (lei è turca/tedesca) o italiano, ti guarda fissa negli occhi, te lo fa capire, è esplicito. Un tedesco non ti guarderà mai negli occhi insistentemente, ti guarderà così” (“Così” significa che mi ha imitato lo sguardo del tedesco interessato ed è consistito in un secondo di sguardo di sbieco abbassato nella mia direzione).

“E come faccio io a capire se è interessato o se sta solo guardando una mosca o un granello di polvere?”

“E’ questo il problema!”.

Eh, grazie a sticazzi. Che grande aiuto.

Non abbiamo contributi dell’altra mia coinquilina, perché ha ridacchiato e non ha reso pubbliche le sue esperienze.

Così, in un giorno di disperazione perché non ce la facevo più e perché una tizia tedesca si è iniziata a monopolizzare Mario e a stargli perennemente in culo, mi sono presa Luca e l’ho accompagnato fuori a fumare: “Ti devo parlare!”.

Luca: “che è successo?”

Io: “Luca, allora… immagina di essere un ragazzo tedesco”

Luca: (con aria sognante/pensatrice) “immagino di essere un ragazzo tedesco….”

Io: “immagina che vivi in un paese dove, dicono, sei abituato a non muovere un dito e le donne vengono sempre da te”

Luca: “immagino che vivo in un paese dove le donne vengono da me. Ahò e dov’è sto paese?”

Io: “La Germania Luca, stiamo parlando di Germania, uomini tedeschi e donne tedesche. Hai immaginato?”

Luca: “sì ma me lo posso solo immaginà”

Io: “ma scusa allora non è vero un cazzo che qui le donne fanno il primo passo? A te si avvicinano?”

Luca: “mmmbah, puff, beh. Forse, qualcuna. Ma non è una cosa così diffusa come si pensa”

Io: “vabbè non importa, hai immaginato?”

Luca: “sì sto immaginando quel paese dove le donne fanno il primo passo”

Io: “Perfetto. Un paese dove le donne fanno il primo passo. Se venissero da te, come ti piacerebbe essere avvicinato, invitato, corteggiato insomma?”

Luca: “come mi piacerebbe? Ehhh come mi piacerebbe? Maaaa, ti piace qualcuno???!!!”

Io: “eh! Però Luca immagina!”

Luca: “e chi è, fammi indovinare… Mario!”

Io: “cazzo ne sai??? Sì Mario”.

Luca: “ehhhh lo avevo capito io! Cioè, no capito… intuito”

Io: “e come?”

Luca: “ehhh quando nell’aria ci sono queste cose uno se ne accorge, le percepisce. Avevo capito che c’era un interesse”.

Io: “eh, ma mo che devo fare?”

Luca: “no aspetta, ora seriamente perché ti voglio dare un consiglio buono, te voglio aiutà. Non è facile eh. Non è facile perché è un po’ nerd, un po’ timido, quindi forse lo devi pijà con un po’ di calma”

Poi l’illuminazione divina: “Scusa ma invitalo a prendere da bere dopo il lavoro no? Che ci vuole, gli dici se gli va ‘na birra, andate qua di fronte, poi, se va, bene”

Io: “e se non va? Tutta colpa vostra Luca, in Italia noi non dobbiamo muovere un dito per invitarvi e ora mi sento una cretina di 13 anni”

Luca: “vabbè invitalo no? Senza aspettative. Aspettative no, tenere a mente l’obiettivo sì. Aspettative no”

Io: “va bene, se ho il coraggio, ora che entro dentro lo invito. Grazie”.

Entro, torno al mio posto e mi sento morire all’idea di doverlo invitare. Le mille paure del rifiuto, la paura che questi momenti trascorsi insieme, come va va, finiranno dopo che mi sarò sputtanata. La paura che non ci sarà più nulla, che non si siederà più vicino a me, che non cucineremo più insieme, che si senta invaso e infastidito mentre lavora. La paura che finisca tutto così, che dopo non ci sia più niente, quei rapporti che si perdono perché uno è interessato e l’altro no e allora fra i due non ci può più essere niente se non la cortesia, l’abisso e il nulla.

Non ho tempo perché lui lunedì ricomincia i corsi all’università; non ho tempo perché quella tedesca nuova non lo lascia un attimo e, ovviamente, mi dà 5000 piste sul lato della comunicazione perché parlano la stessa lingua; non ho tempo perché è venerdì pomeriggio ed io finisco prima; non ho tempo perché fra due mesi me ne vado; non ho tempo perché dentro di me sento sempre di non avere tempo.

Lavoro al pc. Alzo lo sguardo per guardarlo. Abbasso lo sguardo sul pc facendo finta di niente. Ha le cuffie nelle orecchie, come cazzo lo invito o lo chiamo?

Ci guardiamo, ci sorridiamo, riabbassiamo lo sguardo sul pc. Dentro muoio. So solo che non ho tempo.

Lo riguardo, ancora e ancora. “Agisci come se non dovessi fallire”, “si vive una volta sola”, “se non glielo chiedo me ne pentirò”, “meglio un rimorso che un rimpianto” sono tutte le cagate che uso per automotivarmi quando non ho coraggio.

Si toglie un secondo le cuffie per parlare con un ragazzo e sta per rimettersele.

“Vai! Muoviti! Adesso! Presto, prima che se li rimette, cogliona! Invitalo. Invitalooo!!! Muovitiiiiiiii!!!!!”

Mi lancio velocemente: “MarioMarioMario?”

Mario: “ja?”

Io (sottovoce perché l’ambiente è come quello di una biblioteca): “posso..tarti..a..scire..weekend?”

E nel frattempo sento che mi sta per venire un ictus, mi formicola tutto il corpo e ho il sangue al cervello.

Mario: “come?”

Io: (veloce prima che mi colga l’ictus) “possoinvitartiauscire?”

Mario: “come?”

Io: posso, invitarti, ad uscire, il weekend, ?

Mario (sorride) “ja” (ride) mi fa cenno con testa e spalle che sì. “Cosa facciamo?”

Io: (ehehehe, io un’ideuccia ce l’ho) “non lo so, ci possiamo vedere, non ne ho idea, a ballare, a bere qualcosa” (a passare un weekend nel mio letto? Eh, che dici?)

Mario: “non hai pianificato nulla?”

Io: “no, tu cosa fai, cosa hai VOGLIA di fare?”

Mario: “possiamo fare tutto”

Ehhhh caro, non mi dire così su…!

Io: “ok, forse vado con gli amici al Berghain se vuoi venire…” (ma perché cazzo lo invito con gli amici che dovevamo vederci io e lui, ma sei deficiente idiota!)

Mario: “a me non piace il Berghain”

Io: “facciamo un’altra cosa allora, poi ci organizziamo”

Mario: “cosa?”

Io: “non lo so, quello che vuoi tu” (basta che ci vediamo cazzo!)

Mario: “quando ci vediamo?”

Io: “stasera, domani… quando vuoi”

Mario: “a che ora?”

Io: (ma che cazzo ne so!!!) “non lo so, ci possiamo sentire ed organizzare”

Mario: “più o meno dove ci vediamo?”

Io: (dov’è la telecamera di scherzi a parte?) “io sono andata spesso a Friedrichshain con gli amici, in genere usciamo lì, poi vediamo dai”.

Ci scambiamo i numeri su pezzi di carta improvvisati e poi si alza e va in cucina.

Ecco un vero shock culturale. L’italiana arronzona che lo invita solo per sondare la disponibilità, completamente impreparata e ritrosa a qualsivoglia genere di pianificazione, e il tedesco che vuole sapere nei dettagli cosa si fa, a che ora, con chi, dove come e perché.

L’invito è stato un mezzo disastro. Però almeno gli ho strappato un sì. E al di là del lato comico e dell’ictus incombente, non è stata poi una cosa così impossibile, o che ti fa perdere la dignità, o di cui vergognarsi, o da non riuscire a farmi guardare più in faccia da lui.

Dopo vado da Luca: “comunque l’ho invitato”, “e ch’ha detto?”, “ha detto sì, ci vedremo nel weekend”. “Graaaande!”.

  • sei irresistibilmente divertente!!

  • Dimmi che c’è una terza parte, dimmi che c’è una terza parte, dimmi che c’è una terza parte!
    C’è una terza parte, vero? Vero??

    • Certo che c è una terza parte!!! Ed ultima.Perchè comumque non posso fare un blog intero su queste figure indegne

  • Confermo : graaaaaande 🙂

    • :DDDD con un ictus prima dei 30 anni non è così “graaaande” ma è ok. Autostima +10 😛