Primo giorno di lavoro

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Ufficio tedesco

Uno dei miei incubi, terrori e pensieri peggiori, è che la sveglia non suoni il primo giorno di lavoro.
La prima settimana, il primo mese. Ok, più o meno sempre ho questo pensiero, ma il primo giorno di lavoro l’idea che la sveglia non suoni ed io mi svegli a mezzogiorno per poi presentarmi a lavoro comodamente dopo pranzo la vivo veramente con terrore.

Piccolo excursus sul mio terrore: due anni fa mi trovavo a Milano, e l’idea che la sveglia potesse non suonare la vivevo malissimo. Una volta mi svegliai, credendo che la sveglia fosse già suonata ed io l’avevo spenta con la scusa degli “ancora 5 minuti” e riaddormentata come se non ci fosse un domani. Guardai l’orologio ed era… l’una e mezza!!! Il mio peggior incubo si era materializzato. Faccio un salto dal letto e mi alzo incredula in piedi. Mi metto le mani in faccia e mi chiedo “come ho fatto a svegliarmi all’una e mezza? Ora che dico al lavoro? Arriverò alle tre al lavoro posso mica dire che mi sono svegliata all’una e mezza come se niente fosse? Non ci posso credere, non ci posso credereeeeee!”, e così corsi in bagno per prepararmi, ma qualcosa non quadrava intorno a me. Le luci a casa erano accese e mi resi conto che fuori era buio. Solo dopo qualche secondo di ancor maggior confusione mi resi conto di tutto. Era sì l’una e mezza… ma di notte. Solo che io avevo scambiato la notte per il giorno e quel mio terrore di sottofondo si era espresso in tutta la sua potenza.

E dunque nulla, per il primo giorno di lavoro, io avevo gli occhi sbarrati dalle 5. Mi presentai in orario e fin troppo sveglia. Ero davanti alla porta d’ingresso, c’era la scritta dell’azienda e degli attestati di “best employer of the year XY”. Ero lì, davanti a quello che sarebbe stato il mio posto di lavoro per qualche mese, quella che sarebbe stata la mia prima azienda tedesca, con colleghi tedeschi e gestione tedesca.

Ero lì, dopo mille fatiche e tensioni, stavo andandomi finalmente a prendere ciò che avevo tanto voluto per mesi. Ero lì a fare i conti col mio presente e col mio futuro prossimo. Speravo solo che andasse tutto bene.

Busso alla porta.

Viene ad aprirmi un ragazzo senza scarpe, in fantasmini. Mi presento, si presenta.

E’ il CEO della società.

Urka!

Provai ad immaginarmi un attimo tutti i capi delle aziende italiane insieme che aprono la porta coi fantasmini ai piedi e mi viene molto, molto da ridere.

Quel giorno Kerstin – la capa del nostro team, nonché ragazza che mi fece il colloquio – era in ferie, l’avrei conosciuta il giorno successivo. Così, il capo mi introdusse ad un’altra ragazza del mio dipartimento, Anabel, una ragazza argentina, che mi fece da guida introduttiva e mi spiegò come funzionavano le cose. Mi fece fare anche il giro di tutte le stanze, quella cosa imbarazzantissima per cui vieni presentato a tutti in azienda e tutti gli occhi sono su di te; in venti in contemporanea ti dicono il loro nome e tu pensi che non te ne ricordi manco uno e mai te li ricorderai tutti.

Cartellone Mondiali 2014Nella nostra stanza c’era un tabellone con le partite del mondiale e le varie maglie di cartoncino che man mano andavano avanti. Noi eravamo rimasti molto indietro, loro avevano piazzato la loro bella bandierina sul trono dei vincitori e non la tolsero per mesi. Chiesi ad Anabel: “Anabel, tu sei argentina, hai visto qui la finale?” – Lei mi rispose: “non ne parliamo, il mio ragazzo è tedesco e ho visto la partita in mezzo ai tedeschi. E’ stato un giorno molto triste, ancora ora non ci posso pensare”.

Man mano conoscevo gli altri, i ragazzi erano vestiti con bermuda da mare e ciabatte, alcune ragazze non facevano neanche uso di scarpe al lavoro. Erano tutti giovanissimi. Nella mia stanza c’era Anabel, Theo, ragazzo del sud della Francia, Camille, altra ragazza francese, Sarah, americana in partenza per un giro d’Europa tra cui Napoli, Cecilia, ragazza messicana-americana anche lei in partenza per l’Italia per le vacanze, e Virginia, ragazza spagnola delle Canarie al suo ultimo giorno di lavoro.

Sempre nel nostro team, ma nella stanza di fronte c’erano altri ragazzi di svariate nazionalità: William dalla Nuova Zelanda, sposato con una ragazza tedesca conosciuta in Nuova Zelanda per aver passato un anno di studio lì; Kate, ragazza estone con uno stile da figli dei fiori; Keri, ragazza polacca; Tanja, finlandese; Richard, ungherese che voleva parlare in tedesco con me perché erano in pochi a parlarlo; Jonas, un ragazzo svedese e Haakon, un ragazzo norvegese allegro e simpaticissimo. C’era poi tutto un reparto di tedeschi con cui non abbiamo mai avuto contatti per mesi e mesi. Noi eravamo “l’International Team” dell’azienda, ed oggi posso dirlo: eravamo il team più cool della Germania.

Alla mia postazione fui accolta con la bandierina dell’Italia ed un foglio con una scritta di Benvenuto in rosso 🙂 mi fece molto piacere. Le prime email ricevute erano quelle di Kerstin che mi spiegava per filo e per segno cosa avevano in programma per il mio primo giorno e soprattutto mi raccomandava di non restare assolutamente tardi al lavoro, ché non volevano che mi stressassi 🙂

Le altre mail erano del capo che, in pieno entusiasmo mondiali, aveva organizzato una partita di calcetto post-lavoro sia maschi che femmine (molte ragazze giocano a calcio in azienda), e di Kate che organizzava una serata per l’ultimo giorno di Virginia perché loro, da tradizione, fanno una festa a chi se ne va. In più, avevamo una chat interna come il buon vecchio MSN per comunicare tra di noi. Ricevetti molti messaggi da tutti quel giorno, trovavo quasi difficile lavorare e ricordo che parlai molto con Cecilia, la ragazza messicana-americana che mi disse di essere incinta al 5° mese, che non era il momento giusto, che doveva essere contenta ma non lo era e che non sapeva come avrebbe affrontato tutto. In realtà era col suo fidanzato tedesco da 10 anni, conosciuto in USA quando lui trascorse un anno al liceo lì, qualche sicurezza ce l’aveva, ma non sai mai cosa sia giusto rispondere quando una persona che non conosci si confida in questo modo. Poi mi chiese diversi consigli per le sue vacanze italiane e così anche Sarah, convinta da Carlo a passare da Napoli, per l’estenuante pubblicità che facciamo alla nostra città.

A pranzo andai a comprare qualcosa fuori con William ed Haakon, ed Haakon mi disse che era la sua ultima settimana perché non riusciva a trovare casa ad Amburgo, nella casa dove stava si trovava malissimo e preferiva tornare ad Oslo.

Comprato il cibo, si tornava in azienda e si mangiava tutti insieme in cucina attorno al tavolo, e fra le combinazioni di cibo che c’erano al tavolo, posso assicurarvi che ho visto cose che voi umani…!

Per il resto della giornata studiai un po’ le cose da fare, conobbi Nicole delle risorse umane che mi aveva fatto il colloquio con Kerstin, firmai il contratto e dovetti cercare un’assicurazione sanitaria tedesca a cui iscrivermi.

Il contratto lo firmai incompleto perché mancava il numero identificativo (Identifikationsnummer) che si ottiene con l’Anmeldung (iscrizione al comune).

E con questo, da subito iniziarono i problemi.