Un mese in Italia

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napoli italia

Siccome lavoro nell’azienda migliore del mondo con un team internazionale, l’organizzazione ci consente di poter lavorare in home office, in modo da poter tornare nei nostri rispettivi Paesi ogni tanto e poter lavorare da lì senza prendere ferie.

Io avevo bisogno di un piccolo stacco per ripartire meglio di sempre, e decisi di fare un mese tondo in Italia.

Sono atterrata a Napoli il 23 dicembre ad ora di pranzo, esattamente come l’anno scorso da Berlino, ed i miei mi hanno subito portata a mangiare la pizza senza neanche tornare a casa. Quanta luce, quanta vitalità, quanta bellezza, e che buona questa pizza. Da quando vivo in Germania mi sembra incredibile come sia l’inverno a Napoli, anche se l’ho vissuto da sempre, non mi ero mai accorta di quanto facilitasse la vita, ed ovviamente non l’ho mai apprezzato a fondo, credendo che fosse la normalità.

Tornavo a Napoli contenta, vincitrice, con un contratto in mano e la prospettiva di restare ancora un po’ in Germania. Ora però, dovevo progettare i mesi a seguire in modo da costruire davvero qualcosa.

Ho rivisto i parenti, festeggiato il Natale e mangiato come se non ci fosse un domani, come al solito. Ho rivisto gli amici, i bar, i caffè, gli scorci, i panorami e visto gli aperitivi noiosissimi dove tutti fanno finta di divertirsi per sentirsi dei grandi. Ho rivisto il mio castello da dove guardare i tramonti al sabato. Ho postato le foto su Facebook della mia città e i colleghi a commentare di quanto fosse bella. Il mio collega ungherese Richard che mi chiede consigli sul viaggio in Italia che farà a fine giugno con Anna (la fidanzata) e mi scrive: “stiamo guardando le foto dei posti che visiteremo su google, siamo così invidiosi che tu viva da sempre in mezzo a tutta quella bellezza”.

Già, tutta quella bellezza…..

E tornando a casa una sera ho notato delle goccine d’acqua cristallizzata che scendevano. Non era acqua, erano pezzi microscopici di neve a Napoli, mai vista in vita mia. Tutta le gente intorno a me per strada, improvvisamente fissa a guardare il cielo in silenzio, attoniti. C’è stata poi un’altra piccola nevicata nei giorni successivi, più vera di quella che ho visto io. Io però dov’ero quando c’è la nevicata del secolo a Napoli? Dormivo, e al risveglio non c’era più nulla.

E poi Charlie Hebdo, quei pazzi che fuggono in Francia e non riescono a venire fermati. Zaki dal lavoro che mi dice quanto è difficile essere indicati come islamici in questi momenti. Che i suoi amici in Belgio quando si candidano per un lavoro inseriscono un nome europeo, altrimenti non vengono neanche mai presi in considerazione. Che i suoi amici bianchi non capiscono e gli dicono che si fa troppi problemi. Che appena non si fa la barba per alcune mattine di seguito iniziano le battute del tipo: “fammi vedere la cintura, è imbottita?”, e di come questi episodi inaspriscano inutilmente l’integrazione, che lui sente comunque molto più semplice in Germania che in Belgio, che è casa sua, dove è nato, cresciuto e parla olandese come prima lingua.

E poi ti svegli una mattina, leggi facebook dal cellulare e vedi post a non finire su Pino Daniele, messaggi e addii. Pensi sia uno scherzo, poi ti rendi conto che è vero. Te ne rendi conto dal silenzio della città come se fosse morto un parente collettivo. Dalle canzoni sue che arrivano da ogni dove per strada e ti rendi conto una volta di più, che significato esplosivo abbia la sua canzone su Napoli. Provi ad ascoltarla quel giorno, ma ogni tanto devi mettere pausa al video, non c’è verso di ascoltarla senza piangere, senza sentire una stretta al cuore, senza pensare a che meraviglioso capolavoro abbia lasciato in dono a tutti noi. Quanto abbia saputo mettere Napoli in poesia descrivendone gli abissi e i paradisi. “Napul’è” è la canzone che ognuno di noi che non vive più a Napoli, ascolta quando ha nostalgia di casa. Ed è per questo che per noi che siamo lontani, la canzone assume un’importanza ancora più toccante.

La Napoli che ho visto quando la città è scesa nella piazza principale per celebrarlo cantando Napul’è, è la città che avrei sempre voluto vedere, ed è la città che vorrei vedere così unita e toccante, anche per altri temi.

Pochi giorni prima di ripartire per Amburgo, Anabel mi dice che l’azienda a brevissimo si riorganizzerà, cambieremo stanze e disposizione, ci separeranno e ci mischieranno con il team tedesco. A fine gennaio andranno via due ragazzi importanti e molto bravi, e queste due mosse insieme non mi piacciono proprio. Il nostro meraviglioso team internazionale verrà separato, e le reali motivazioni non vengono spiegate, al di là di un generico “miglior utilizzo delle risorse”, il che mi piace ancora meno. Il tutto cambierà il venerdì, ed io tornerò ad Amburgo la domenica e al lavoro il lunedì. Dovrò cercare casa disperatamente, e so che si metterà malissimo.