Benvenuta al Coworking

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Coworking Berlino

Durante il mio periodo di lavoro berlinese, fortuna ha voluto che mi spedissero a lavorare in un coworking di Berlino.

Sono venuta a conoscenza dell’esistenza del coworking nel 2011, quando partecipai ad una tre-giorni di conferenze sui nuovi trend. Cos’è il coworking? Ma insomma, è un nuovo trend!

Il coworking è uno spazio tipo biblioteca che i singoli affittano per poter lavorare. Come una biblioteca, ognuno va lì da sé, ma al posto dei libri, la nostra biblioteca 2.0 è costituita dal proprio pc con cui si lavora.

Ovviamente nulla osta che ci siano anche dei team all’interno del coworking, e non è raro che, dal networking che ne deriva, spesso si lavori a dei progetti anche con gli altri che sono lì per fatti loro.

Il coworking ha il vantaggio di offrirti uno spazio dove lavorare, te lo offre a prezzi molto più modici di uno studio intero e, se sei fortunato, ti offre una compagnia di gente più o meno stabile (proprio come in biblioteca) con cui fare networking/divertirti/mangiare/parlare/lavorare insieme/ubriacarsi insieme/drogarti insieme e chi più ne ha più ne metta.

Io ero molto felice all’idea di andarci, anche se non me lo aspettavo proprio così come poi è stato nella realtà.

Arrivata ad ora di pranzo, ho conosciuto il mio “boss” e il mio (suo in verità) team. E poi tutti gli altri ragazzi.

Quello che mi ha colpito è stata l’estrema internazionalità dei lavoratori: ci sono tedeschi, spagnoli, greci, italiani, iraniani, israeliani, neozelandesi, australiani, ecc. ecc. Saremo una 40ina di persone circa, di cui circa 25 piuttosto fissi. Mi piange il cuore a dirlo, ma gli italiani sono diventati praticamente la maggioranza. Ovviamente tutti laureati, tutti formati, tutti con esperienza all’estero, ecc. ecc. ecc.

C’è Luca, un bel ragazzo calabrese con cui lavorerò spesso, a Berlino da 5 mesi, l’animatore del gruppo, quello che ti fa fare una risata in ogni momento e che è sempre in giro a qualche festa; l’amico di tutti, lui, con poche idee sul futuro se non la certezza di voler restare a Berlino. “Berlino non la cambierei con nessun’altra città in cui sono stato”, mi disse.

C’è Giovanni, il grafico pugliese a Berlino da una settimana, lui è l’amico buono e bonaccione, quello che andresti ad abbracciare quando vuoi abbracciare qualcuno. Lui, che dovrebbe essere proclamato Santo subito perché cucina per noi tutti i santi giorni (circa 15 persone), e cucina benissimo.

C’è Philip, lo sviluppatore olandese che parla italiano meglio di me. “Perché parli così bene italiano?” – “Sono stato 4 mesi a Siena” – “Lo hai studiato tanto?” – “No, non l’ho studiato, l’ho imparato parlando con gli amici in Italia” – “E parli così bene????” – “Sì”. (N’gulo!)

C’è Ori, israeliano, che non ho capito cosa faccia, perché parla molto poco il tedesco e non capisco una parola quando parla in inglese. Le nostre conversazioni sono dei monologhi suoi in inglese a cui io annuisco per ogni cosa, e quando il discorso richiede una mia risposta, rispondo completamente a caso dopo essermi fatta ripetere senza successo per la terza volta la domanda. Ho capito solo che è di Tel Aviv, e che trova Berlino noiosa al confronto: “è sempre brutto tempo, la gente non c’è per strada, niente spiagge, fa freddo e quindi è…. noiosa. Tel Aviv è tutta un’altra cosa”.

C’è Sepher, iraniano, è uno dei più grandi di noi, ha 37-38anni e anche lui non ho capito cosa faccia. Parla tedesco molto bene, è a Berlino da 10anni ed è un bonaccione simpatico. E’ di quelli che si intrattiene dopo pranzo a fare due chiacchiere per ridere. E’ di quelli che quando ride con qualcuno, senti la sua  risata a tre stanze di distanza e ti viene da ridere solo perché lo senti ridere ed è contagioso. E’ quello che quando arriva e saluta, dice sempre “eeeeeeeeehi”, e tu rispondi sempre “eeeeeeeeeehi” e poi ridi perché ti fa ridere solo se lo guardi in faccia.

C’è Jan, il tedesco per antonomasia. Quando pensi ad un tedesco fisicamente, nella voce, nell’essenza, ti figuri Jan perfettamente nella testa. Filosofo, dottorato, biondino, magro magro, con gli occhiali e l’atteggiamento pacato. Quel nerd calmo che potrebbe essere tranquillamente un serial killer. Quando gli ho detto che ero stata a Francoforte, mi ha chiesto: “ma li capivi quando parlavano?” – “no, parlano troppo dialetto e avevo un sacco di difficoltà, perché?” – “perché noi non li capiamo quando parlano, hanno un accento assurdo”. A distanza di un anno, Jan mi ha fatto capire che non ero il problema, ma i francofortesi e il loro accento dimmè….! E da quel giorno, mi sento una persona nuova.

E poi ce ne sono altri, tanti altri, con cui ho scambiato più o meno due parole, che ho conosciuto, che ho premura di salutare quando entro, e con cui mi fa piacere intrattenermi a chiacchierare.

In genere quando arrivo io è ora di pranzo, si va a fare la spesa per un numero di persone compreso fra 8 e 15 (spesso vado io a fare la spesa), si prepara (spesso sono io ad essere uno degli aiutanti) e Giovanni cucina per tutti, quel sant’uomo! Ogni tanto, si esibisce ai fornelli anche il mio boss, tanto di cappello anche a lui. All’inizio mi sembrava assurdo che si potesse cucinare per 15 persone come se niente fosse. Ora ho visto che lo spirito di adattamento fa fare tutto. E poi diciamocelo, il pubblico è composto da tedeschi&co. abituati a mangiare lammerda, a farsi la doccia col knoblauch (aglio), a mangiare il chili col cucchiaino, ad abbinare la pasta al pesto col cappuccino e a ritenere il kebab alta cucina internazionale. Insomma, non è esattamente lo staff della cucina di un hotel stellato!

Uno dei primi giorni, arriva anche un altro ragazzo. Rasato da un lato, con un ciuffo un po’ lungo e lineamenti nordici. Insomma, arriva l’uomo della mia vita.

Sepher chiede all’uomo della mia vita che fine abbia fatto, e lui racconta di essere stato in Svezia, ma io capivo molto poco di quello che si dicevano perché la luce che emanava l’uomo della mia vita era troppo forte per farmi avere concezione di qualsiasi altra cosa accadesse in quella scena. Ho pensato dunque che l’uomo della mia vita fosse svedese, i suoi lineamenti erano forse ancora un po’ più nordici dei tedeschi, e quella pettinatura un po’ stramba ma cool, l’ho riscontrata spesso nei nord-europei.

La possibilità che fosse svedese, ai miei occhi lo rendeva ancora più lontano, ancora più incomprensibile, ancora più provvisorio, ancora più perfetto.

Il fatto che, ad un’occhiata superficiale potesse avere 19-20anni, non ha minimamente messo un freno ai miei feromoni che, improvvisamente, si sono accorti di essere al mondo anche loro.

Mi piace questo coworking!