Di passeggiate, primi saluti e rimpatri

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Berlino Warschauerstrasse

Prima di giungere a Berlino ero ansiosa, paurosa, forse anche senza voglia va.

Poi arrivi qui, ti immergi nella vita della città e scopri pezzi di storia, bellezze, angoli, parchi, modi di vivere che con le tue paure non hanno niente a che fare. In fondo, non era poi così tragico passare qualche mese a Berlino.

Spesso mi sono svegliata all’alba per fotografarla e filmarla (presto arriveranno contributi visivi – il “presto” è relativo per chi, come me, ha vinto la medaglia al valore per la procrastinazione), ho passato ogni weekend svegliandomi presto (più o meno) per andare in giro a scoprire e fotografare quanto più ho potuto.

Sono andata al Flohmarkt di Mauerpark dove ho scoperto solo successivamente che si tiene un karaoke con gli astanti. Per me, stonata come una campana, potervi partecipare, sarebbe stupendo. Cercavo una bici, ho trovato souvenir a gogò e un po’ di arte di strada. Mi hanno detto che le bici al Mauerpark sono rubate e mi hanno consigliato di comprarla col contratto perché se ti beccano senza, puoi avere dei problemi; ed io ho sempre paura che la Polizei locale spii continuamente la mia vita per cercare l’inghippo che non va, venirmi a prelevare a casa e buttarmi fuori dal Paese di peso. Per una paranoica cronica come me, forse, aver visto il film “le vite degli altri” non è stato d’aiuto.

Ho rincorso i tramonti e gli scorci, il tramonto migliore dovrebbe vedersi da Modernsohnen Bruecke e ho cercato di godermi le tante ore di luce che posti come questo offrono in stagioni estive.

Il refrain che mi avevano suggerito “In inverno è tragico qui. Si arriva a -22, fa freddissimo, non puoi stare per strada, è lungo, è buio, è grigio” mi ha accompagnata ogni minuto, facendomi godere ogni temperatura sopra i 10° e ogni giornata di sole che, devo dire, non scarseggiano come a Francoforte, e fortuna vuole che capitino spesso nei weekend. Ho cercato di godermi ogni pomeriggio soleggiato, tiepido, ogni passeggiata a maniche corte, ogni cielo sgombro da nuvole. Ogni cielo serale che, non ho capito per quale motivo astro-geo-foto-lunare ha dentro di sé una scia bianca che attraversa tutta la città. Sembra un’aurora boreale ma bianca. E non è quel tipo di cielo di quando è grigio e sta per piovere e c’è quella lucina bianca, sembra proprio un’aurora boreale.

Il primo step che ti fa chiudere un’epoca berlinese è il “saluto allo stagista che va via”. Lo stagista che portava buonumore, con cui ti scrivevi su Whatsapp durante il lavoro in due stanze differenti, con cui facevi le pause pranzo ai parchi prendendo il sole, poi arrivava l’altro stagista, ci si chiamava tutti amichevolmente “pezzo di cazzo”, si scherzava un po’ e si andava a bere qualcosa tutti insieme dopo il lavoro, sulla Spree, al tramonto.

Ogni stagista che va via va salutato a dovere con una festa in discoteca e litri di alcol.

Quella sera scegliemmo il Katerholzig (di nuovo!) e (di nuovo!) un’altra quasi-sessantenne figlia-dei-fiori, alla porta, decretò che la nostra serata sarebbe proseguita in un altro locale con un movimento rotatorio della testa a destra e sinistra.

Il Katerholzig non ci vuole. E noi andiamo al Watergate!

Un bel locale sul fiume con le vetrate, a due piani. Se si entra dopo le 3 o le 4 si entra gratis. Il locale è molto bello, la musica non mi è piaciuta per niente, era un elettronica troppo soft uguale e senza senso, difficile da ballare. E la gente, a differenza di altri posti, non sembra divertirsi particolarmente. Il locale però mi è piaciuto molto, secondo me merita comunque una puntatina. Gratis magari è meglio.

Ricordo l’ultima passeggiata tutti e tre insieme per Warschauerstrasse, e il nostro stagista-in-partenza che ci abbandona frettolosamente a causa di un impellenza tanto sgradevole quanto irrinunciabile nei momenti meno opportuni: il cagotto.

Così la serata mia e dell’altro stagista (che resta fino a novembre) prosegue alle 5 di mattina con un: “ti va di andare a prendere la metro a Jannowitzbruecke invece che a Warschauer, così vedi anche l’East side Gallery (l’unico tratto di muro lungo ancora in vita)?” – “sì, certo!”. La temperatura era mite, non pioveva, dovevo godermi ogni cosa. E così era lei, l’East side Gallery, con tutti i disegni che avevo visto per settimane su google immagini; era lei che ha fatto la storia di questa città e continua a farla. Era lei che porta i segni e le testimonianze di un passato che andrebbe preservato e che qualche buon tempone invece decide di scrivere sopra le opere famose con la sua bomboletta, cancellando pezzi d’arte e di storia.

Per la cronaca, a breve ma non so esattamente quando, pare che parte o tutta l’East side Gallery verrà buttata giù e ne verrà costruito un parcheggio. E questa è una notizia degna della peggior iniziativa che si potrebbe ascoltare in un tg italiano.

Le nostre vite si separano a Jannowitzbruecke e ognuno per sé.

Il tratto che dalla metro mi porta a casa e che devo fare a piedi, per quanto buio, per quanto  isolato, per quanto potenzialmente pericoloso, mi fa ogni volta meno paura. Forse non c’è nulla di più bello che camminare di notte per le città, ma tutti ci vogliono far intossicare dicendo che è pericoloso e non riusciamo a goderci la magia delle notti per strada.

Forse dovremmo.