Le dieci abitudini che ho lasciato in Italia

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tramonto lungomare napoli

“Le vecchie  abitudini, anche se cattive, turbano meno delle cose nuove e inconsuete. Tuttavia, talvolta è necessario cambiare, passando gradualmente alle cose inconsuete.” Ippocrate.

Ogni nuova vita, porta con sè nuove abitudini ed abitudini che si lasciano a casa. Ecco quelle che sono rimaste sepolte nella mia vita precedente.

1) Avere a che fare con i media italiani: non  ho la televisione qui e non mi è mai passato per l’anticamera del cervello di vederla in streaming. Non ho visto giornali italiani in giro e non mi è mai venuto mezza volta di andarmi a spulciare l’edizione online. Me ne sono accorta alla fine della prima settimana, tutto d’un tratto mi salì un pensiero: “ma io da 6 giorni non so niente più dell’Italia!”. Per ora mi sta benissimo così. E’ riposante per la testa e per l’umore, ve lo garantisco. Poi in questo modo si finisce ad impiegare il tempo in cose molto più utili, tipo fissare il muro, girarsi i pollici e acchiappare le zanzare e i moscerini che albergano in camera. Solo ieri ho dato uno sguardo ad un settimanale, e solo perché devo preparare degli argomenti che faranno da testo per una trasmissione radiofonica in Germania, ma il destino ha voluto che il pc si bloccasse per tutto il resto della mattinata appena ho aperto quei siti, e quindi non ho visto niente. Stamattina ci ho riprovato, ho visto un trafiletto su Belen e uno su Sara Tommasi ho chiuso tutto e me ne sono volata via dalla stanza dell’ufficio. Assurda la quantità di cazzate che si produce a livello di gossip in Italia e che viene presa estremamente sul serio, nonché come veri e propri argomenti di discussione e di intrattenimento.

2) La tendenza alla lamentela: ebbene sì, anche io rimpinguavo la folta schiera di italiani insoddisfatti e lamentosi di tutto ciò che li circonda, sebbene, nel mio piccolo e nel mio privato ho cercato di essere sempre quello che vorrei vedere nella società in cui vivo. Ho cercato di applicare quella famosa frase di Gandhi: “si’ il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”. Se non si parte da noi stessi ma si delega sempre agli altri, oltre che inutile e da incoerenti, lo trovo anche da vigliacchi. Ero però arrivata ad un punto in cui, onestamente, non sostenevo più il Paese e la città in cui vivevo: vedevo la fuga come sola àncora di salvezza e l’essere stata selezionata per l’estero come l’unica via di felicità in quel momento. Ero pronta ad andare a fare qualsiasi cosa, (quasi) ovunque. Purchè lontano da lì.

3) Le relazioni sociali: non sono mai stata una persona votata alla socialità spinta, e non ho mai amato la socialità italiana che sfocia nell’invadenza. Ma questi nordeuropei non mi vedono proprio. Sono qui da poco e ok; non conosco tanta gente e ok, ma qui è tutta un’altra storia. Loro non sanno cosa significhi farsi una chiacchierata, confidarsi, condividere emozionalmente qualcosa, ridere insieme, essere curiosi di qualcosa della vita di un altro. Almeno, questa è l’impressione che ho avuto io. Gli unici contatti normali che ho, sono con gli italiani. I miei coinquilini vivono chiusi nelle loro stanze, a volte non li vedo per giorni e non so se non siano mai usciti da lì, o non siano in casa. Non salutano, non ti chiedono mai niente e se mangiano in cucina, uno ha il pc davanti al piatto, l’altra l’iPad accanto. Ma due in particolare si portano perfino il cibo in stanza e mangiano lì, pur di evitare di condividere 10 minuti del loro tempo e delle loro emozioni con una persona. Tra l’altro pare che non sia un caso particolare il mio, ma che sia l’andazzo generale della gente qui. Se nel loro privato e con gli amici stretti poi siano aperti, allegri, gioviali e tesi alla condivisione non lo so, può anche darsi, ma la socialità superficiale o che si costruisce giorno per giorno… beh, quella l’ho proprio lasciata in Italia e non credo mi verrà mai a trovare qui. Questo è l’aspetto che più mi destabilizza perché non me lo aspettavo proprio così. Riservatezza sì, muri e chiusura totale nel modo in cui lo fanno qui, è una cosa inimmaginabile per un italiano, soprattutto se meridionale.

4) Il caffè: non lo prendo più. Non ho volutamente portato l’occorrente e né lo cerco qui. Men che mai ho tentato di provarlo. Una volta ho visto una cosa che voi umani non potete immaginare: la mia coinquilina tedesca si è fatta una specie di caffè non so come, con l’acqua riscaldata in una brocca e siccome evidentemente per lei mezza brocca d’acqua era poca, ha deciso di allungare il caffè direttamente sotto il rubinetto della fontana. A me dispiace sottolineare le differenze culinarie perché poi sembra sempre che l’italiano voglia fare il maestro della situazione, però se a parole riesco a trattenermi, il mio sguardo credo che parli da solo quando li vedo operare in cucina. Comunque da quando non prendo più il caffè ho un’altra vita. Sono finite le tachicardie, i giramenti di testa postumi, la pressione ai minimi storici, lo stress e la restrizione delle coronarie. Mi sento benissimo. (E fu così che morì).

5) Il sonno e i sogni (notturni e non): in Italia dormivo tanto, facevo tardi la sera sempre e di conseguenza la mattina; poi sognavo tanto, sia la notte – manco a dirlo – sognavo continuamente di fuggire, ormai ero monotematica, sia di giorno per il futuro, per i giorni che venivano, per le cose che volevo fare e volevo costruire. Qui ho perso tutte e tre le cose: il sonno (perché mi alzo presto per andare a lavoro e perché ho una finestra senza tenda in camera), i sogni notturni (perché o non sogno più o non me li ricordo), i sogni diurni perché… non lo so perché. Forse perché ho tanto da pensare al pratico che non c’è spazio. O forse perché non sono abbastanza ispirata. O forse perché il sogno che facevo, ora lo sto semplicemente vivendo.

6) Gli aiuti da parte di altri: pochi giri di parole: qui non hai nessuno, punto. Nessuno a cui affidarti, nessuno che ti risolva una necessità pratica, nessuno che quando ti scordi l’abbonamento mensile della metro te lo porti a metà strada o te lo faccia trovare almeno giù al palazzo. Se ti scocci di fare la cucina la fai e basta. Se un giorno ti manca la famiglia, non vai a sfogarti con i coinquilini (soprattutto con i miei coinquilini che non ti rivolgono la parola): te la fai passare e basta. E se non ti passa, trovi un modo qualsiasi per fartela passare il prima possibile. I francofortesi poi, sono molto veloci e sbrigativi; se chiedo loro qualcosa e non capisco la risposta, mi scoccia chiedere una seconda volta, li lascio andare alle loro vite e cerco di sbrigarmela da sola.

7) Il bidet: lui, l’immancabile. Questa è una di quelle cose della cui importanza ti rendi conto solo quando non ce l’hai più. Per fortuna non l’ho perso per sempre e i nostri destini si incontreranno di nuovo, ma con la descrizione preferisco fermarmi qui 🙂

8) Cenare tardi la sera: sì, qualche volta capita ancora, ma seguendo il mio bioritmo naturale, vedo che tendo a cenare verso le 19 e anche leggermente prima. Dopo hai tempo per fare altro, anche solo di riposarti, o scendere a prendere un gelato. E comunque vai a letto leggero.

9) La tendenza al cazzeggio: quello sano, quell’ozio che ti fa sentire che ti stai godendo un po’ di noia. Il passeggio senza mèta in un pomeriggio feriale con gli amici. Scendere solo per andare a vedere il golfo di Napoli al tramonto, o respirare l’odore del mare. Qui chiaramente non è possibile. E non riesco neanche mai a guardare il tramonto, cosa  che a me piaceva molto fare. E’ che qui fa notte verso le 22, e i miei orari di uscita o sono precedenti o successivi, fatto sta che a quell’ora non riesco mai a trovare il tempo per andare a vedere il tramonto dal fiume sullo skyline o da qualche terrazza panoramica dei centri commerciali (perchè chiudono alle 20).

10) Ritenere l’Italia il posto peggiore del mondo: in realtà non è così. E non è così semplicemente perché la tua vita è lì. E’ li che hai gli affetti, è lì che hai gli amici, è lì che volente o nolente ti sei formato. E gli schemi mentali e l’educazione che ti dà l’Italia e (nel mio caso) Napoli non sono poi affatto così disastrosi, anzi. O forse sarà semplicemente che… l’Italia, “più lontana sta, e più bella pare”?