Manovre di avvicinamento (parte 1)

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Berlino fiume

Il mio ritorno a Berlino dopo il weekend mi ha fatto capire come sia possibile perfino fare del pendolarismo. La sera arrivi alle 23 a Berlino, e la mattina vai al lavoro. Le distanze sono davvero cortissime e Berlino non mi sembra più un altro mondo.

Ad ogni modo, io mi ero fatta delle promesse prima di partire:

1)      Provarci con l’uomo della mia vita seriamente

2)      Studiare il tedesco seriamente

3)      Mandare CV seriamente

L’importanza delle tre cose è esattamente in quest’ordine.

L’uomo della mia vita sedeva sempre nella prima sala comune all’ingresso, mentre io ero nella seconda sala comune. Lo vedevo a pranzo, ma ero troppo rimbambita ed emozionata dal fascio di luce che emanava per potergli rivolgere la parola in modo sensato; così mi limitavo a guardarlo in silenzio mentre mangiavamo tutti insieme per cercare un contatto di qualsiasi tipo. Quando presi a salutarlo non appena arrivavo, mi sentivo al top della mia riuscita. Ci accennavamo un sorriso e un cenno col capo, poi lui continuava la sua vita come se io non esistessi, mentre io andavo a svenire per l’emozione nell’altra sala.

Una volta, a tavola, mi sedetti giusto di fronte a lui per conoscerlo. Dovevo dare un nome all’uomo della mia vita. Dovevo capire il mio nome con il suo cognome come suonava, per quando ci saremmo sposati.

Salutini e sorrisini non mi bastavano più. Così, raccogliendo le mie forze e fingendomi donna di mondo chiesi: “come ti chiami?”

Uomo della mia vita: “Mario”

Io: (che nome orrendo, fa’ almeno che si chiami così perché è italiano): ma sei tedesco?

Uomo della mia vita: “sì sì”

Io: nessun genitore italiano?

Uomo della mia vita: “no, 100% tedesco”

Io: “non parli neanche italiano?”

Uomo della mia vita: “no”

Io: (cazzo non ti salva proprio niente, però resti l’uomo della mia vita lo stesso): “ti vedo tutti i giorni ma non sapevo il tuo nome”.

Uomo della mia vita accenna un sorriso e un abbozzo.

Deve aver pensato che ho un QI di una gallina ritardata che parla con l’accento di Trapattoni e ha il fare di un qualsiasi pizzaiolo napoletano. Insomma, una tipa dal fascino pari a quella di uno scaldabagno. Rotto.

Successivamente l’ho stalkerizzato in cucina per fargli il terzo grado sulla sua vita. Lui lavava le pentole, ed io da dietro petulavo: che studi? Di dove sei? Dove abiti? Da quanto stai a Berlino? Ti andrebbe di venire da me a passare dei weekend senza mai guardare la luce del sole?

No, quest’ultima domanda non gliel’ho fatta, ma l’ho pensata. Ehhhhhhh da mo’ che la pensavo!

Il resto dei giorni li ho passati a pregare che venisse a lavorare stabile nella seconda sala, quella dove ero io.

Dopo non tanto, in verità, le mie preghiere sono diventate realtà, e lui inizia a materializzarsi e a venire da noi e a stare sempre con noi.

Finalmente ha capito che sono la donna della sua vita e sicuramente sta scrivendo un suo blog parallelo, con un post su di me, dove mi chiama “La donna della mia vita”.

Era un ragazzo carino, gentile, sembrava molto dolce, educato. Troppe cose insieme, dove sarà l’intoppo?

Per tenere fede alle mie promesse, decisi di fare tris in un colpo solo. Farmi correggere il CV da un madrelingua tedesco. E chi era l’unico madrelingua tedesco della sala due? Ma è ovvio che era lui!

In questo  modo potevo migliorare il mio tedesco, avere un CV pronto da spedire, e potevo anche provarci con lui senza ritegno.

Così gli scrissi un biglietto mentre lavorava e glielo diedi passandogli affianco: “quando hai tempo, ti andrebbe di correggermi il CV?”. Lui da lontano mi fa un cenno entusiasta e mi dice: “quando vuoi”.

Si avvicina e mi dice di andare in cucina, così possiamo parlare senza disturbare gli altri.

Lì è avvenuto il nostro primo appuntamento.

Lui si era già avviato e l’ho trovato che armeggiava per farmi il caffè, e quando me lo ha porto, ho notato che gli tremava la mano. Io ho trovato questa scena superdolce.

Sinceramente a me non me fotteva niente se avevo fatto degli errori di ortografia in tedesco sul CV; in fondo, quando scrivi che sei italiano e vivi a Berlino da un mese, il selezionatore se lo può anche aspettare che l’errorino qua e là ci scappi. A me importava solo di porre le basi per una vita insieme; una vita in cui saremmo stati felici e pieni di figli.

Tra l’altro, per inciso, io non capivo un cazzo quando parlava in tedesco, e non capivo un cazzo quando parlava inglese. Una coppia che definire perfetta è anche poco.

Per premurarmi del suo aiuto ed incastrarlo per bene gli avevo preannunciato che sarebbe stata una cosa di 10 minuti. Ovviamente siamo stati insieme più di un’ora. Un’ora in cui per quella cucina è transitato chiunque; a parlarci, a distrarci, a spezzare l’incantesimo di quell’incontro. L’apice del romanticismo è stato quando uno dei ragazzi, stanco morto, si è buttato sul divano di fronte a noi, si è addormentato ed ha iniziato a… russare. E’ stato lì che ho capito che il destino era contro di me.

Per avere una seconda chance di propormi in tutto il mio splendore italico gli dissi: “sei stato così gentile che non so come ringraziarti. La settimana prossima cucino per te, ci sei mercoledì?”

Mario: “cool, sì”

Io: “allora aspettami per pranzo, io forse arrivo un po’ dopo come al solito, ma mangiamo insieme”

Mario: “ok, fantastico”.

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